ÂTEISMO OGGI

Con Marco Marzano, autore di La chiesa immobile, Laterza e di molti articoli sui principali quotidiani, non solo italiani, e Vittorio Bellavite, di Noi Siamo Chiesa. Il movimento internazionale We Are Church appoggia il “nuovo corso” di papa Francesco, che sollecita ad attuare profonde riforme nella linea indicata dal Concilio Vaticano II.

Il titolo di questo incontro indica in modo suggestivo una ambivalenza. In una fase storica caratterizzata dal populismo, cioè dalla sfiducia nelle élite (una sfiducia meritata), Bergoglio si presenta sicuramente come un abile comunicatore anti-sistema, pubblicizzando piccoli gesti, come andare da solo dall’ottico, usare la parola “cacca” in una intervista, tenere in generale un atteggiamento colloquiale, non enfatico ma popolare, anti-elitario, che risente del peronismo della sua terra d’origine.

Però ci si domanda se queste siano solo aperture di facciata, oppure – anche ammettendo che Bergoglio sia sincero – ci si domanda se la chiesa sia riformabile. Su questo Marzano dà una risposta negativa, diversamente da Bellavite.

La discussione è stata molto appassionata ed interessante, tant’è che abbiamo deciso di rincontrarci tra qualche settimana per discutere delle forme che assume la secolarizzazione e la ricerca di senso nella società attuale.

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Il coronavirus sta provocando una crisi profonda, non solo sanitaria ed economica. La pandemia, probabilmente, segnerà la conclusione del pensiero postmoderno che ha accompagnato l’ideologia liberista egemone negli ultimi decenni.

Il postmodernismo è una corrente di pensiero che si contrappone alla modernità e all’Illuminismo; si caratterizza per:
– svalutazione della razionalità e della scienza, non esistono fatti ma solo opinioni e sensazioni (pensiero debole, new age, religioni a bassa intensità);
– svalutazione della storia e degli ideali (delle metanarrazioni); eterno presente, sospeso tra il ”non più” e il “non ancora”; eterna giovinezza;
– svalutazione del lavoro, dell’investimento per il futuro, fruizione ludica del presente;
– individualizzazione con identità frammentarie, instabili e intercambiabili; tolleranza ma anche ghetti multiculturalisti; identità basate sul consumo immediato, senza prospettiva.

L’auspicata crisi del postmodernismo può però farci cadere dalla padella alla brace. Potremmo tornare a ideologie “forti”, settarie e autoritarie, di tipo politico (prima noi) o religioso (dio lo vuole).
Il nuovo fondamentalismo religioso (cristiano, islamico, induista, ecc.) è una risposta al postmodernismo; Ratzinger sostiene che l’origine di tutti i mali sta nel laicismo, relativismo e permissivismo del ‘68 che hanno minato l’ordine teocratico, cioè ripropone un ordine premoderno.
È contro il postmodernismo anche chi vuole imporci un “ordine” politico nazionalpopulista, chi ripropone piccole patrie e imperialismi, prima i lumbàrd e America first, cioè società chiuse, settarie e autoritarie.

Dunque questa crisi ci espone a grandi rischi, ma ci offre anche grandi opportunità. È diffusa l’idea che siamo al termine di questa corrente di pensiero già a fine millennio (Maurizio Ferraris, Elio Franzini, Roberto Mordacci, ecc.).

La crisi del 2008 ha mostrato che non eravamo alla “fine della storia”; il coronavirus probabilmente darà il colpo di grazia al postmodernismo, perché:
– oggi non sono più riproponibili infotainment che mettono sullo stesso piano scienziati e ciarlatani; le opinioni stanno tornando a basarsi sui fatti della scienza e della competenza;
– l’eterno presente si dissolve (insieme alla correlata illusione dell’eterna giovinezza) nella tragedia della pandemia; ci si interroga sul futuro e quindi si guarda anche al passato;
– la fruizione ludica del presente è diventata impraticabile; l’eroismo concreto dei lavoratori “materiali” (medici, infermieri, operai) contraddice le narrazioni postmoderne sull’immateriale, sull’intelligenza artificiale e sulle stampanti 3D che avrebbero già ridotto il lavoro fisico a un residuo novecentesco; anzi, ci si interroga sempre più sugli investimenti necessari per il futuro;
– anche l’individualismo basato su identità superficiali, provvisorie e intercambiabili si indebolisce e si rafforzano le idee di comunità, di coesione, di solidarietà.

Il postmoderno ha avuto il merito di criticare il positivismo ottocentesco ma ha buttato il bambino con l’acqua sporca. La criticità fa parte della modernità. La tradizione dell’Illuminismo è l’autodeterminazione, è l’ideale critico della ragione, sempre alla ricerca di senso, di fondamenti, del soggetto, di un ordine, di una strategia.
È bene che si rilanci – anche grazie alla tragedia del coronavirus – il pensiero moderno, il cantiere aperto del progetto dell’illuminismo.

Bergoglio nella messa celebrata a Santa Marta il 13 marzo 2020 (e trasmessa in streaming) ha detto: “Le misure drastiche non sempre sono buone, per questo preghiamo: perché lo Spirito Santo dia ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio”.

Cioè ha dato il via libera a quanti si lamentavano per la chiusura delle chiese, non solo i cattolici di destra ma anche quelli considerati di sinistra, come Enzo Bianchi della Comunità di Bose, Alberto Melloni segretario della Fondazione per le scienze religiose, Andrea Riccardi fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Subito dopo le parole di Bergoglio – che recentemente aveva anche invitato i preti a portare l’ostia a casa degli anziani – la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha riaperto tutte le chiese che aveva chiuso per rispettare le disposizioni sanitarie del Governo italiano.

Certamente esistono differenze significative tra i cattolici conservatori e quelli progressisti ma (quasi) tutti antepongono la loro appartenenza al “popolo di dio” alla cittadinanza, cioè all’insieme dei diritti e dei doveri nei confronti dello Stato.
Ciò vale sicuramente per il gesuita Bergoglio, che è un bravo comunicatore e si è conquistato la fama di progressista, o addirittura di rivoluzionario.
Questa fama è una specificità italiana che è stata alimentata dalla nostra politica ridotta a tifoseria superficiale.
Il mito di Bergoglio ha riempito il vuoto semantico della sinistra, che è incapace di avere una autonoma visione del mondo e che si lascia sedurre da frammenti decontestualizzati.

Un bravo comunicatore come Bergoglio utilizza termini come “cacca” che lo fanno apparire giovanile e anticonformista, va da solo dall’ottico (non è élite), critica le banche (pazienza per lo Ior), difende la natura (e ci mancherebbe), mostra compassione per gli omosessuali (che restano peccatori), fiducia nelle donne (comunque subordinate), ecc. ecc. ma sempre nel tradizionale schema di riferimento del cattolicesimo: la critica alla superbia dell’umanità che vuole decidere il suo destino (scientificamente, con la sua testa), che pretende di autodeterminarsi.
Il buco nero semantico della sinistra, per reagire all’onda nera di Salvini, si aggrappa a questi frammenti e intanto assorbe l’ideologia e gli schemi cognitivi sottostanti.

D’altra parte, ciò che accomuna i cattolici, di destra e di sinistra, è l’obbedienza a un principio metafisico, a un’autorità in terra (patria e chiesa, più o meno benevole o autoritarie) da questo legittimata, a un patriarca che lo trasferisce gerarchicamente nelle famiglie.
Questo è il punto fermo, tutto il resto viene dopo.

Per capire le divisioni che l’attraversano, dobbiamo ricordare che la chiesa cattolica ha sempre lottato su due fronti: contro il liberalismo e contro il socialismo, in quanto entrambi figli dell’Illuminismo che pretende l’autodeterminazione dell’umanità e per realizzarsi non ha bisogno di dio (vedi invece i Concordati con fascismo e nazismo).

Ferma restando questa base, la chiesa ha mostrato una grande flessibilità nell’adattarsi alle geopolitiche e ai tempi (l’industrializzazione con l’enciclica Rerum novarum del 1891 con cui ha definito la sua dottrina economica e sociale).
I principali orientamenti dei cattolici nel campo della politica fanno riferimento al popolarismo di Sturzo e alla Democrazia Cristiana.

Sturzo propone una società fondata sulla famiglia e sulle comunità locali, dal basso; sul principio di sussidiarietà, sulla destinazione universale dei beni, sulla piccola proprietà e sulla partecipazione dei lavoratori alla proprietà e agli utili (rappresentazione “armonica”, contro il conflitto di classe dei socialisti); su organismi intermedi (mutue, casse di risparmio, cooperative), contro l’assistenzialismo, il consumismo, la partitocrazia, lo statalismo; sulla convinzione che il popolo è educabile al rispetto di dio.
Ruini invece propone una società governata soprattutto dall’alto, confessionale; più con i riti che con la fede (esalta i miracoli di Padre Pio e di GP2); ha sostenuto Berlusconi e non ha certo problemi a “dialogare” con Salvini; è un democristiano, più esattamente esprime la destra clericale.

Entrambe queste posizioni, che hanno molte differenze (orientamenti cosmopoliti o nazionalisti, pauperisti o barocchi, mistici o pragmatici, ecc.), esprimono però la comune convinzione che la politica e l’economia non sappiano reggersi da sole, che l’umanità abbia bisogno di un sistema valoriale che la trascenda, cioè il loro. La loro libertà è l’obbedienza al loro dio, la libertà altrui è licenza e disordine morale.
Anche un profondo critico come Zanotelli paragona la morte dei migranti all’aborto, con un “umanismo” che esclude l’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo.

Le divisioni nella chiesa rendono difficile, oggi, fondare un partito cattolico, ma non inserirsi nei due schieramenti e condizionarli entrambi: la destra rinvigorita dai baciapile e la sinistra ridotta a un significante vuoto rischiano di affossare definitivamente la laicità dello Stato.
Ma non dobbiamo rassegnarci a un “bipolarismo” tra cattolici sturziani e clericali democristiani: serve una militanza laica per conquistare una vera alternativa.

L’imperatore romano Costantino I (274-337), soprattutto dopo essere diventato unico imperatore (324), volle che si affermasse un’unica fede e un unico dio. Costantino probabilmente sostenne la convergenza dei diffusi culti orientali (sol invictus, mitraismo, cristianesimo), per esempio unificandone le festività (25 dicembre natale del Sole, di Mitra e di Gesù) e presiedendone da pontifex maximus i concili (per i cristiani quello di Arles nel 314 contro i donatisti e di Nicea nel 325 contro gli ariani). Alla fine furono i cristiani a “convertirsi” meglio degli altri alle esigenze di stabilizzazione dell’impero romano, da perseguitati divennero religione di stato, e persecutori (a partire dai cristiani dichiarati eretici).

Anche oggi l’”impero” è in crisi, ma non è chiaro cosa verrà dopo il tracollo nel 2008 della seconda globalizzazione: resterà un cosmopolitismo liberista? prevarrà una chiusura nazionalista? emergeranno altre ipotesi?
Ai posteri l’ardua scoperta, ma già ora è evidente che, all’aumento delle contraddizioni tra gli USA sovranisti di Trump e l’Unione Europea ordoliberista, corrisponde una crescente divergenza tra la potente chiesa cattolica statunitense e il papato di Bergoglio.

Negli USA da tempo cresce la divaricazione tra i white catholics e gli altri cattolici, da prima che arrivasse Trump.
Il cattolicesimo tradizionalista americano sta passando, da un appoggio tattico al trumpismo, a una posizione organicamente anti-liberale, etno-nazionalista e comunitarista, radicata nel partito repubblicano e con forti agganci nel mondo degli affari.
Per esempio, il movimento “First Things” è ancora una minoranza ma ha un “pensiero forte” (a cui attingono anche i nostri Meloni e Salvini): sostegno alla famiglia tradizionale; no a aborto, utero in affitto, separazione sesso/genere; lotta alla «pornografia della vita quotidiana, alla cultura della morte, al culto della competitività»; ai dogmi del «libero scambio su tutti i fronti, libera circolazione attraverso ogni confine, […] al progresso tecnologico come cura totale».

Inoltre, basta con il «reaganismo riscaldato» dicono perché «quando un liberalismo ideologico cerca di dettare la nostra politica estera e di dominare le nostre istituzioni religiose e caritative, la tirannia è il risultato, in patria e all’estero. […] La vittoria di Trump, guidata in parte dal suo appello agli elettori della classe operaia, mostra il potenziale di un movimento politico che ascolta le grida della classe operaia tanto quanto le richieste del capitale. Gli americani sono più orgogliosi della loro identità di lavoratori che della loro identità di consumatori».
Solo il socialismo di Bernie Sanders riesce a contrastare questo populismo reazionario, figlio delle paure della middle class impoverita dalla globalizzazione.

Dunque la potente chiesa cattolica statunitense si è ormai sostanzialmente allineata al modello WASP (white anglo-saxon protestant) della loro classe dominante e all’America first.
In Europa, invece, la debolezza dell’unione politica e la vocazione “mercantile” della classe egemone sono più coerenti con un pensiero cosmopolitico, e almeno alcuni tra i “bergogliani” pensano la chiesa come una istituzione sovranazionale che approfitta dell’indebolimento dello Stato nazionale, causato dalla globalizzazione, per recuperare così il suo potere (una influenza come e più delle imprese multinazionali).

Entrambe le strade sono anti-illuministe, vogliono riportarci (in modi diversi) a prima della rivoluzione francese, quando la gerarchica carità non era ancora stata sostituita dall’egualitaria solidarietà (fraternité).
Quale delle due strade prevarrà dipenderà anche dalla lotta politico-teologica in corso nella chiesa cattolica, ma soprattutto da come si determineranno gli assetti geopolitici (un bipolarismo USA/Cina? un multipolarismo? apertura o chiusura dei mercati?), che condizioneranno anche gli assetti georeligiosi, intesi come conseguenze dei fattori geografici sulle scelte religiose.

23 marzo 2019: giornata dell’orgoglio ateo

Gli atei sono stati perseguitati in tutto il mondo, e in molti Paesi continuano a esserlo. Fino a non molto tempo fa anche in Italia era obbligatorio credere per non “fare la fine delle castagne”; ora non più, ma continua a essere diffuso lo stereotipo dell’ateo arido e rancoroso, a cui mancherebbe “qualcosa”.

Per superare i pregiudizi e le discriminazioni politiche e culturali dobbiamo dichiarare il nostro orgoglio di essere razionalisti, agnostici, atei, per una società di liberi e uguali, contro ogni settarismo religioso e politico.

Dobbiamo dichiararci quali siamo, senza “nasconderci” dietro definizioni edulcorate dettate dalla paura della riprovazione, se non della repressione.  Siamo fieri di essere atei e sosteniamo l’ateismo perché lo riteniamo più coerente con una visione liberatoria e antiautoritaria, non certo per difendere una “corporazione” di atei, spesso “devoti”.

Il 23 marzo 2019 si celebrerà l’Atheist Day per ricordare che gli atei sono una (numerosa) minoranza tra le più discriminate e perseguitate al mondo (Freedom of Thought Report 2018; Atheist Republic). In almeno 18 Paesi l’apostasia (l’abbandono di una religione) è punito con il carcere (Bahrain, Brunei, Comoros, Gambia, Kuwait, Oman) o addirittura con la morte (Afganistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Malaysia, Maldive, Mauritania, Nigeria, Quatar, Somalia, Sudan, Yemen).
La legislazione è improntata su principi religiosi in molti Paesi, anche in Occidente: in Arkansas gli atei non possono testimoniare in tribunale perché non possono giurare sulla Bibbia; in sette Stati degli USA non possono diventare pubblici ufficiali (IEHU).

Quindi dobbiamo lottare per affermare la laicità, quella vera, cioè l’esclusione delle religioni dalla sfera pubblica (etsi deus non daretur).

Un razionalista ateo è (quasi necessariamente) un ecologista che sostiene una politica contro il degrado dell’ambiente, l’inquinamento, lo sfruttamento privo di lungimiranza delle risorse naturali.
Quindi un razionalista ateo (presumibilmente) sosterrà le evidenze scientifiche – e i dubbi, perché la scienza è anche ricerca di smentite – su effetto serra, qualità dell’aria, assetto idrogeologico, gestione dei rifiuti, ecc.
Un razionalista ateo (probabilmente) sottoporrà a critica anche il proprio ambientalismo, per accertarsi di non utilizzare (troppo) schemi cognitivi consolidati che, nascosti tra le buone intenzioni, potrebbero spingerlo in una direzione diversa da quella scelta e desiderata.

Infatti anche l’ambientalismo può essere ambivalente e articolato: accanto all’ambientalismo scientifico possiamo riscontrare un ambientalismo mistico e consolatorio, postmodernista, New Age, religioso, apocalittico, settario.
In forme varie, queste concezioni tendono a sacralizzare la natura, anzi la Natura: antropomorfizzata (la Madre Terra), dotata di intenzioni e sentimenti umani (la Natura si vendica), dotata di personalità giuridica (i diritti della Natura), ridotta a entità metafisica (ad una divinità).
Per i cristiani la natura è da rispettare “strumentalmente” in quanto dono di dio di cui saremmo solo i custodi. L’enciclica “ambientalista” Laudato si’ lo dice chiaramente: la natura, come il nostro corpo, la nostra sessualità, la nostra vita, non ci appartiene, non è nelle nostre disponibilità.
Non a caso i cataclismi naturali sono tuttora interpretati come una punizione di Dio, e il nemico resta sempre la pretesa illuministica dell’umanità di autodeterminarsi.

In molti casi la critica postmodernista non è scientifica ma morale, anzi moralista: il consumismo inaridisce? l’austerità renderebbe felici; lo sviluppo inquina? la decrescita è felice.
Queste concezioni talvolta contengono elementi di verità, ma spesso sono declinate in modo apocalittico, settario e terroristico: la decrescita è (obbligatoriamente) felice, perché la pacchia (dello sviluppo) è finita.
Ivan Illich e André Gorz ci prospettano una possibilità (ridurre l’orario di lavoro e i consumi per migliorare la qualità delle relazioni) come una necessità, senza peraltro considerare che la maggior parte della popolazione, a causa della scarsità – di lavoro, di reddito, di istruzione – è indotta (se non proprio costretta) ad adottare stili di vita poco lungimiranti, per se stessi e per gli altri.
Il risultato è la codifica di alcuni comportamenti (km zero, vegetarianesimo, ecc.) che possono anche avere aspetti virtuosi, ma che finiscono per identificare un gruppo che si consola e si assolve con piccoli gesti quotidiani, che è sostanzialmente irrilevante nel determinare una politica ambientalista (riconversione industriale, politica energetica, ricerca scientifica, ecc.) capace di incidere effettivamente, non solo simbolicamente.

Per i postmodernisti siamo alla fine della storia e del progresso, il tempo si rannicchia su se stesso, l’ambizione prometeica degli illuministi ha devastato il pianeta, «Alla lunga lista di vittime emblematiche – ebrei, neri, schiavi, proletari, popoli colonizzati – si sostituisce gradualmente il pianeta, divenuto il simbolo di tutti i miserabili. È lui il reietto per eccellenza. […] Non si tratta più di trasformare il mondo, ma di salvarlo» (Pascal Bruckner, Il fanatismo dell’Apocalisse).
È il ritorno del peccato originale, lo schema della cacciata dal paradiso terrestre: il male è la superbia della creatura che si ribella al suo Creatore e va oltre le proprie prerogative, e i nuovi chierici postmoderni usano la cultura della paura e dichiarano che «ormai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo» (Serge Latouche).
Siamo al conto alla rovescia, al pentimento anticipato di ciò che potrebbe accadere, a un allarmismo non meno demotivante (perché responsabili di tutto quindi di niente) del beato ottimismo, che prima ci terrorizza e poi ci consola con un po’ di animismo post tecnologico (comprare prodotti biodinamici) o con qualche gesto rituale (chiudere l’acqua usando lo spazzolino).

Dunque dobbiamo saper distinguere – anche in noi stessi – due modi di essere ambientalisti: quello basato sulle provvisorie verità e sui dubbi della scienza, sulla fiducia nell’umanità, che ci chiama all’impegno per risolvere i problemi; e quello religioso e apocalittico, consolatorio e paralizzante, che ci chiede solo qualche gesto simbolico, per assolverci.

Il 15 marzo 2019 alla marcia per il clima

Maria Turchetto UAAR Pisa Firenze

30 giugno 2018: convegno “Le ragioni dell’ateismo”

La relazione di Maria Turchetto: RAZIONALISTA, AGNOSTICA, ATEA (testo, video)

L’intervento di Giancarlo Straini: L’ATEISMO COME STRUMENTO DI LIBERAZIONE (testo)

uaar bari

Uaar Bari, 10-11 maggio 2018: 2° convegno “L’etica è laica”

La relazione introduttiva di Maria Schirone (testo)