Ruinati ma anche contenti.
Sosteniamo fino dalla sua elezione che Prevost è stato scelto soprattutto per cercare di ricucire le profonde divisioni che attraversano la chiesa cattolica, cercando di tenere insieme gli innovatori “ma anche” i conservatori. Le celebrazioni sulla morte di Ruini evidenziano come il “ma anche” veltroniano sia stato assunto, non in cielo ma in terra vaticana.
Il nostro scopo certamente non è dire cosa dovrebbe fare un papa, o distinguere quelli “buoni” da quelli “cattivi”; ci limitiamo a commentare i commentatori che si entusiasmano (o si deprimono) per singoli episodi perché in fondo aspirano, anche da atei devoti, a avere una guida morale (o restano delusi quando ciò non corrisponde ai loro desideri).
Camillo Ruini è stato a lungo presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI) e del Progetto culturale della Chiesa italiana, cioè dell’ingerenza nella vita politica della nazione, sostenendo i “valori non negoziabili”: “il valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre”, contro la fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali, contro il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali.
In politica era un aperto sostenitore di Berlusconi, Salvini e Meloni; nella chiesa era un devoto di Wojtyla, un elettore di Ratzinger (però si dichiarò deluso per la “sua scarsa attitudine a governare”), nemico aperto di Bergoglio, sostenitore dell’elezione di Prevost.
E Prevost ha celebrato il suo funerale con una messa solenne sull’altare più importante della basilica di San Pietro, con 34 cardinali concelebranti, alcuni conservatori “ma anche” il progressista Zuppi. Alla cerimonia era presente Maurizio Gasparri “ma anche” Romano Prodi; ovviamente c’era anche Pierferdinando Casini, sempre presente in cielo e in terra, in ogni luogo di destra e di sinistra.
Il veltroniano “ma anche” di Prevost non riguarda solo Bergoglio e Ruini; vedi la sua encyclica preoccupazione per l’AI “ma anche” il suo rapporto con le multinazionali del settore, le esternazioni sulla pace “ma anche” la permanenza nel catechismo della guerra giusta e del commercio (purché regolamentato) delle armi, ecc.
Tra i tanti “ma anche” che consentono alla chiesa di coltivare capre e cavoli c’è il solito punto fermo weberiano della pretesa del monopolio dei beni di salvezza, che nega la laicità dello Stato e la separazione tra la sfera privata della fede religiosa e la sfera pubblica della politica.
“Progressisti” e “conservatori” sono divisi su tutto tranne sulla “Verità di Dio” (ovviamente interpretata dalla chiesa stessa). Come ha ricordato Prevost nella messa solenne per Ruini: “La Chiesa gli deve moltissimo, ha avuto intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo, come il suo ‘progetto culturale’, per promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana”.
E la chiamano “laicità inclusiva”…
19/6/26
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