Chi nomina il pastore che guida le pecorelle? è una vecchia disputa per la supremazia tra il potere temporale e quello spirituale, che riguarda (come oggi) non tanto i contenuti ma soprattutto i ruoli.

La disputa risale almeno all’inizio del millennio scorso, quando papa Gregorio VII se la prese con l’imperatore Enrico IV di Franconia su chi avesse il potere di nominare vescovi e abati, e più in generale su chi ricevesse per primo il potere divino di governare le pecorelle e quindi anche di nominare i vari pastori. Quella disputa terminò (provvisoriamente) con il compromesso del concordato di Worms del 1122, ma si è ripresentata costantemente, con forme nuove e intensità dettate dalle circostanze.

Nell’Occidente la modernità ha proposto come soluzione la laicità, che però ha assunto forme diverse: quella “separatista” francese dichiara l’assimilazione ma non riesce a praticarla nelle banlieue; quella “multiculturalista” inglese produce ghetti governati da cacicchi etnici; quella “concordataria” promossa dai cattolici mantiene privilegi sostanziali per la chiesa; e c’è anche quella “pre-confessionale” degli Stati Uniti che è laica solo riguardo al pluralismo religioso, ma non alla separazione tra religione e politica.

Come abbiamo discusso nel convegno su La crisi negli USA del “destino manifesto” e della laicità, negli Stati Uniti il legame tra politica e religioni (cristiane) è sempre stato forte; le credenze religiose si sono fuse, fin dall’inizio, in una convinzione politica profonda del “destino manifesto” che giustificherebbe la loro egemonia.

Intanto in Vaticano, dopo la morte di Bergoglio, è stato eletto papa Prevost (messo in pole position proprio da Bergoglio che l’aveva nominato prefetto dei vescovi) con il compito di ricucire le fratture interne alla chiesa, in particolare con la conferenza episcopale statunitense, indispensabile anche per sostenere economicamente le casse del Vaticano.

Prevost non vuole innovare nulla sul piano della dottrina, ma la comunicazione delle “teologia del pueblo” di Bergoglio era stata un po’ peronista, “terzomondista”, troppo attenta alla Cina, indigesta per la maggioranza (trumpiana) dei vescovi statunitensi. Quindi Prevost ha adottato una comunicazione meno “passionale”, più tradizionale, più defilata.

Trump, che è espressione della crescente crisi dell’egemonia statunitense, sta rilanciando (a suo modo) il fondamentalismo cristiano per legittimare il suo tentativo di cambio di regime attraverso la concentrazione dei poteri. Ma i risultati politici, economici e militari del presente non sono convincenti e quindi deve accentuare la comunicazione sul piano escatologico e apocalittico, proiettandosi oltre il presente storico, invadendo sempre più la dimensione religiosa.

Prevost è in serio imbarazzo, può mediare sui toni, fare dichiarazioni sulla pace generiche e scontate, ma non può tacere sulle investiture, su chi (direbbe Weber) ha il monopolio dei beni salvezza. Insomma, dio frequenta le stanze del Vaticano o lo Studio Ovile della Casa Bianca? Ai talk show l’ardua sentenza!

vai alla pagina PODCÂST di ArciAtea