I mezzi di comunicazione, come al solito, hanno dato un grande spazio al nuovo papa Prevost, che senza sorprenderci ha fatto appello alla pace disarmata e disarmante, una formula suggestiva, che però rinvia alla fine dei tempi, all’avvento del regno di dio. E senza cambiare la dottrina ma comunicandola con uno stile un po’ più occidentale e meno terzomondista.
Il catechismo della chiesa cattolica continua ad ammettere la guerra giusta e il commercio (purché regolamentato) delle armi; i cappellani militari restano al loro posto e con il loro stipendio da ufficiali delle forze armate italiane.
Prevost è in sostanziale continuità con Bergoglio sulla dottrina, ma esprime diversità sulla comunicazione.
La comunicazione di Bergoglio è stata più distante dai simboli del potere, più pastorale e meno dottrinale, come se fosse la chiesa dei poveri e non per i poveri, con una attenzione particolare ai temi dell’attualità (l’ambiente, la pace…).
Ma non stupisce che questi temi non abbiano consolidato risultati concreti, essendo stati affrontati con parole suggestive ma solo sul piano della comunicazione: chi sono io per giudicare un gay (ma resta un peccatore); viva le donne (ma che restino ubbidienti come Maria); basta con la pedofilia (ma restano le procedure che insabbiano); ecc.
Bergoglio è stato “divisivo” nella chiesa anche per il suo stile che potremmo definire “passionale”, nel senso di voler comunicare le emozioni prima della dottrina, come nella sua “teologia del pueblo” che risente del populismo peronista, che esalta i descamisados, che è terzomondista, contro sia il socialismo che il capitalismo yankee.
Questo e altro ha alimentato le fratture nella chiesa, con la conferenza episcopale tedesca e soprattutto con quella statunitense (indispensabile anche per sostenere economicamente le casse del Vaticano).
Prevost era stato nominato da Bergoglio prefetto dei vescovi, cioè li sceglieva nel mondo, e anche grazie a ciò è stato eletto dal conclave proprio per ricucire (compito difficile) le fratture interne alla chiesa, che Bergoglio aveva invece alimentato.
Quindi il linguaggio di Prevost rispetto a quello di Bergoglio è più diplomatico, preparato con cura, tradizionale, curiale e sinodale, più interno alla chiesa, proprio perché è stato scelto per dialogare anche coi tradizionalisti, molto presenti nell’episcopato statunitense che sostiene Donald Trump.


