Alla fine del secondo millennio era egemone il “pensiero unico”, cioè la convinzione che si fosse raggiunta “la fine della storia”, che la globalizzazione fosse il compimento della modernità, iniziata con la rivoluzione scientifica del XVII secolo, con la rivoluzione industriale del XVIII, con le rivoluzioni politiche americana del 1776 e francese del 1789.

L’egemonia statunitense sembrava al suo apice e si proponeva come unica superpotenza, dopo avere vinto la guerra fredda per l’implosione dell’Urss; ma la crisi (politica, economica, militare, culturale) stava per esplodere: sul piano economico con la crisi finanziaria del 2007, sul piano militare con i fallimenti dell’esportazione della democrazia in Iraq e Afganistan, sul piano politico con la polarizzazione inconciliabile tra liberal e neo-con, sul piano culturale con la perdita di attrattività dell’american way of life.

Anche sul piano della laicità c’è stata un’involuzione. Negli Usa, date le sue origini con minoranze religiose in fuga dall’Europa, la laicità si è espressa come pluralismo (almeno tra cristiani), ma non come separazione della sfera religiosa da quella politica. Fin dall’inizio si è affermata la convinzione che gli Usa godessero di un “eccezionalismo”, di un provvidenziale “destino manifesto” che giustificasse la loro egemonia.

Intanto il mondo cambiava (con l’ascesa della Cina e non solo), le classi medie statunitensi impoverite e rancorose volevano un “Make America Great Again”, l’enorme crescita delle disuguaglianze consentiva l’affermazione di tecno-oligarchi che contribuivano a trasformare la democrazia (per quanto necessariamente imperfetta) in una democratura (dove si rispettano alcune procedure della democrazia ma svuotandone la sostanza).

Donald Trump (al di là di ogni valutazione sul suo stato psichico) non è la causa ma la conseguenza di queste crisi, anche se indubbiamente contribuisce a accentuarle, a farle precipitare rafforzando tendenze già esistenti contro la modernità, verso un neofeudalesimo.

L’ideologia liberale è cosmopolita, basata su un mercato “universale”, anche se storicamente ha sempre usufruito dei vantaggi forniti dalle “basi nazionali” (anche quando esprimevano nazionalismi e imperialismi). Però il nuovo costituzionalismo del secondo dopoguerra ha assegnato agli Stati-nazione anche il compito di rendere (un po’) esigibili i diritti del welfare state.

Poi (dai tempi di Thatcher e Reagan) c’è stata la reazione del neoliberismo diventato antistatalista, contro le costituzioni egualitarie, a favore delle privatizzazioni, delle corporazioni e delle piccole patrie, unendo il “cosmopolitismo” delle multinazionali e il “comunitarismo” delle global city, smantellando quell’ordine mondiale che era rappresentato (molto imperfettamente) dall’ONU e dal diritto internazionale, sostituendolo con un multipolarismo caotico, basato su rapporti di forza globali e/o locali.

Anche la chiesa cattolica è cosmopolita e comunitarista, si propone (da tempo) di monopolizzare l’etica globale e di radicarsi tramite comunità locali. Il papa americano che doveva ricucire le divisioni tra i cattolici tenendo un profilo basso è stato obbligato allo scontro dalle “invasioni” di campo di Donald Trump e compagnia.

Nel Sacro Romano Impero c’era un (debole) potere centrale legittimato da dio, e (variamente potenti) feudatari, vescovi e vassalli, con i loro rispettivi privilegi; nel neofeudalesimo di oggi c’è il “mercato” legittimato dalla teologia della prosperità, le corporazioni dei tecno-vassalli transnazionali e gli oligarchi locali, in un mondo sempre più dominato dalle disuguaglianze e dal disordine permanente.

L’odierno Independence Day in realtà segna, dopo 250 anni, la fine della Rivoluzione americana.

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