È ferragosto e la madonna non si vede più: per qualcuno è stata “assunta” in cielo, per molti altri, anche per la maggioranza dei presunti cattolici, secolarizzati seppure con qualche semi-inconscia nostalgia, è “evaporata” per il caldo. Il caldo è diventato la metafora della nostra condizione, anche esistenziale.

In Italia e in Europa i mezzi di informazione, non solo nei loro articoli ferragostani, ci descrivono come anziani boccheggianti, preoccupati non del lontano futuro ma di sopravvivere fino a domani, avvolti in una nostalgia mielosa del “come eravamo”, privi di ottimismo, fiducia e passione per le cose da fare, con il vicino futuro vissuto come resistenza per rallentare l’ormai inevitabile peggioramento.

D’altra parte, questa sensazione diffusa non è dovuta solo al caldo ma è anche una metafora che riflette profonde tendenze reali: pensavamo di avere una pace perpetua protetti dall'”alleato” statunitense e ora ci accorgiamo che non ci garantisce sicurezza ma solo costi maggiori per comprare le sue armi; credevamo che i cinesi copiassero malamente la nostra tecnologia e abbiamo scoperto che invece ci stanno surclassando; ci sentivamo il centro della civiltà e ci siamo convinti di essere i distruttori del pianeta… Insomma, la sensazione diffusa in Italia (in Europa, in Occidente) è che siamo una società in declino, non solo materiale.

L’aspetto più grave e sconfortante però non è la dimensione (certamente grandissima) di molti problemi, ma l’incapacità manifesta di affrontarli (confrontando anche proposte diverse ma) in modo razionale.

I nostri giovani malpagati sono spinti a emigrare; facciamo meno figli e adottiamo più gattini; le nostre imprese chiedono manodopera (a basso costo) ma invece di ringraziare gli immigrati (senza i quali l’Italia si bloccherebbe) con un trattamento inclusivo, sentiamo quotidianamente stupidaggini sulla remigrazione, prive di effetti pratici (tranne avvelenare i rapporti sociali e fare eleggere qualche politicante); quasi mai si sentono proposte razionali e realistiche che affrontino insieme i problemi etici, economici, securitari, culturali, ecc. che in qualche misura sempre accompagnano i fenomeni migratori.

Le paure possono essere affrontate in modi razionali, positivi, costruttivi, per risolvere i problemi; oppure possono essere usate per altri scopi, con toni apocalittici.

Prendiamo la questione del riscaldamento climatico. L’aumento a lungo termine della temperatura media della superficie terrestre ha origine antropica (uso di combustibili fossili, deforestazione, agricoltura intensiva) con conseguenze (già in svolgimento) sugli ecosistemi, sull’economia, sulla salute e sicurezza umana. Ovviamente sono diverse le responsabilità e le conseguenze; quindi serve (servirebbe) una politica per gestire questi interessi e chi deve (dovrebbe) farsi carico dei costi; non bastano appelli morali, per quanto giustificati.

La mancata unione delle lotte (e degli interessi) delle “vittime” contro i “responsabili” ha favorito i negazionisti e i green-washer; anche l’uso di un linguaggio apocalittico (“salvare il pianeta”) ha contribuito a rafforzare una visione del mondo per cui non saremmo responsabili di specifici errori (da correggere con specifiche misure politiche) ma saremmo colpevoli per la nostra ambizione prometeica, per la nostra idea di Progresso (considerata come un peccato originale).

L’apocalittica woke e postmodernista, per cui la nostra storia europea non è fatta di progressi e di errori da valutare criticamente nel loro spazio-tempo, ma è solo da condannare su un piano etico a-storico, si fonde così con quella reazionaria dei negazionisti/complottisti/remigrazionisti: per tutti loro non si tratta più di trasformare il mondo, ma di salvarlo (dallo sviluppismo, dalla sostituzione etnica islamica, ecc.).

E resta la paura del futuro, la sfiducia nella scienza, l’assenza di una politica sistemica a lungo termine, una “democrazia” ridotta alla sola libertà di lamentarsi.

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