Quanti abitanti umani sulla terra tra mezzo secolo? le previsioni sono molte e molto divergenti, dalla bomba demografica che supererebbe le possibilità di sfamare tutti al crollo demografico di una società che non riuscirebbe più a assistere i troppo numerosi vecchi. Le previsioni circoscritte a singoli Stati sono meno aleatorie, ma al prezzo di astrarre da fenomeni quali l’immigrazione e l’emigrazione. In realtà spesso le “previsioni” sono auspici, prescrizioni, interpretazioni interessate e finalizzate a obiettivi e visioni del mondo propri.

La destra “sovranista” denuncia la denatalità in Italia (e in altri Paesi europei) per agitare il pericolo della “grande sostituzione” (reset), per cui l’uomo bianco sarebbe tristemente destinato a essere sostituito da africani, asiatici e islamici che ci imporranno la loro religione e i loro costumi. In genere costoro (tranne alcuni apertamente razzisti) dichiarano di voler difendere non il colore della pelle ma le nostre tradizioni e il nostro stile di vita. Se fosse vero dovrebbero favorire l’inclusione sociale e la cittadinanza acquisita con lo jus scholae, ma non lo fanno perché cercano invece il consenso elettorale alimentando le paure di alcuni, orientandole contro gli immigrati.

Gli immigrati, in realtà, sono ben accetti anche dai “sovranisti”, purché senza diritti, ricattabili, a basso costo: quando si vuole sfruttare vanno bene bianchi e neri, italiani e immigrati. Confindustria e molti politici non solo di destra ci dicono che la denatalità e l’invecchiamento renderebbero insostenibile il welfare pubblico. Questa “previsione” – irrealistica perché astrae dai flussi migratori, e non solo – in realtà “prescrive” il progressivo smantellamento del welfare pubblico, da affidare al volontariato “non profit” del Terzo settore e soprattutto alle imprese molto profit che si occupano di sanità convenzionata, scuola paritaria, servizi esternalizzati, grazie al principio di sussidiarietà della dottrina sociale cattolica, ormai adottato anche dal neoliberismo “compassionevole” e dal federalismo divisivo dell’autonomia differenziata.

Anche la chiesa cattolica denuncia la denatalità dei paesi sviluppati, sulla base della prescrizione biblica “crescete, moltiplicatevi e riempite la terra”, vietando l’uso dei contraccettivi, sostenendo un modello di donna che non sceglie come, quando e se procreare, ma è destinata “per natura” a ruoli di cura, assegnati coercitivamente o paternalisticamente, ma sempre eterodiretti.

L’ambientalismo non dà risposte univoche in materia. Alcuni si lasciano incantare dalle suggestioni della laudato si’ (che ribadisce l’immutata dottrina della chiesa sulla “difesa della vita”), altri adottano una visione neo-malthusiana e prescrivono l'”obbligo” di una decrescita “felice”, anche della natalità, per ridurre l’impronta ecologica complessiva, che certamente dipende dal numero degli individui, ma anche e soprattutto dal modello di sviluppo adottato.

Insomma, si usano argomenti diversi ma la costante è che le donne devono assolvere un obbligo: fare figli, perché dio lo vuole, la natura lo vuole, la patria lo vuole, il mercato lo vuole (e specularmente anche qualche ambientalista lo vuole).

Nelle società antiche, basate sull’agricoltura, e in quelle attuali prive di assistenza medica, si chiede alle donne di fare tanti figli perché servono braccianti e per compensare l’alta mortalità infantile. La modernità e lo sviluppo, le donne che lavorano, l’urbanesimo e la nuclearizzazione delle famiglie, la sanità pubblica e le pratiche contraccettive, insieme a una (correlata) maggiore libertà conquistata dalle donne, hanno spontaneamente ridotto il numero dei figli, elevato l’età media del parto (a 32anni), aumentato anche l’investimento affettivo verso i singoli figli.

Questa denatalità dei Paesi sviluppati non è sempre il frutto di una libera scelta. Il rinvio della procreazione dipende anche da fattori economici e culturali: lavoro precario, costo delle abitazioni, carenza di servizi (asili, ecc.), discriminazioni a sfavore delle lavoratrici-madri, timori di un futuro apocalittico, ecc. ma chi denuncia i rischi della denatalità – guarda caso – non propone misure organiche a sostegno del welfare universalistico che consentirebbero una sostanziale libertà di scegliere se procreare o meno.

La denatalità potrebbe anche incentivare l’innovazione tecnica, per meccanizzare progressivamente le operazioni ripetitive e creare posti di lavoro qualificati, finanziando le pensioni con “contributi” a carico dei proprietari dei robot; ma perché investire in una macchina che raccoglie i pomodori se ci sono semi-schiavi disposti a farlo manualmente a basso costo? Un modello di sviluppo basato su una via alta alla competitività, cioè sulla qualità dei processi e dei prodotti, e non sulla compressione di salari e diritti, fornirebbe le risorse necessarie senza “obbligare” le donne a fare figli.

L’immigrazione non è solo spinta dal bisogno ma anche trainata dalla domanda di lavoro; paradossalmente, ma non troppo, gli xenofobi leghisti “respingono” culturalmente gli immigrati, ma di fatto li richiedono e li utilizzano, purché ricattabili e senza diritti. Per Confindustria la disoccupazione non è una piaga da combattere, ma un provvidenziale strumento di “regolazione” dell’economia; è interessata a avere persone disposte a tutto pur di lavorare per sopravvivere (quello che Marx chiamava l’esercito industriale di riserva).

Garantire una effettiva libertà di scelta, con un welfare universalistico – senza vietare le gravidanze come in Cina, né scoraggiarle con il precariato come da noi – probabilmente favorirebbe uno spontaneo contenimento del tasso di natalità, che a sua volta potrebbe favorire l’adozione di un modello di sviluppo qualificato, alta tecnologia, alto valore aggiunto, istruzione e ricerca, lavoro qualificato: una scelta di libertà e di progresso, individuale e sociale.

Ma il “nuovo” governo sembra andare in tutt’altra direzione.