Il termine woke nasce per indicare la consapevolezza delle problematiche degli afroamericani e, più recentemente, anche delle discriminazioni sociali, etniche, sessiste. Negli ultimi tempi il termine è diventato polisemico e si è caricato di significati anche negativi: l’alt-right MAGA considera centrale la lotta all’ideologia woke dei liberal, ma anche a sinistra emergono perplessità per gli “eccessi” di politically correct e di cancel culture.
Le nuove destre (non solo negli USA) hanno definito l’ideologia woke come espressione di una “tirannia delle minoranze” e, più in generale, di un attentato alla tradizione giudaico-cristiana dell’Occidente (ci sono anche varianti africane e asiatiche che giustificano misure anti-gay come difesa dal colonialismo culturale dell’Occidente).
Più articolata la posizione delle sinistre che, ovviamente, assumono completamente gli obiettivi della lotta intersezionale contro tutte le discriminazioni, ma non tutti i modi di esprimerla.
Alcuni (tra cui ArciAtea) ritengono che la cosiddetta “cancel culture”, pur partendo dalla giusta necessità di sottoporre a critica le nostre tradizioni, finisca spesso per condannare “senza se e senza ma” (cioè dogmaticamente) episodi e personaggi storici, fino a abbatterne i monumenti (suggeriamo di rivedere la nostra conf “La semiotica dei monumenti contesi” con la prof. Patrizia Violi).
Se si assolutizzano i valori di riferimento, e non si contestualizzano episodi e personaggi, non si possono apprezzare le idee, per esempio, di Darwin e di Montesquieu perché come tutti gli europei dell’epoca (caratterizzata dal colonialismo) erano convinti dell'”immaturità” di chi viveva nei “climi caldi”.
I valori illuministi di liberté-égalité-fraternité sono un progetto politico che fonda la democrazia moderna, inizialmente riservata ai possidenti maschi bianchi, poi estesa grazie al socialismo e che raggiunge il suo culmine con le costituzioni antifasciste del secondo dopoguerra: non sono valori assoluti metastorici ma storicamente determinati, sempre imperfetti e a rischio di rovesciamento.
Anche il concetto di intersezionalità dovrebbe essere trattato come una visione integrata delle disuguaglianze, discriminazioni e oppressioni, e non come una sommatoria di “bolle”, solo accostate tra loro ma fondamentalmente trattate come monadi che si autogiustificano (come talvolta capita ai movimenti monotematici, single issue).
La stessa giusta esigenza di mostrare anche nel linguaggio attenzione ai temi delle discriminazioni sessuali in alcuni casi, con l’esasperazione del politically correct, si trasforma in una assolutizzazione del tema fino a rendere contorto il testo o il discorso, come se ribadire continuamente l’identità di “bolla” prevalesse sull’efficacia della comunicazione, come per esempio avviene quando, dopo avere opportunamente iniziato un discorso con “a tutti e a tutte”, si ripete il maschile e il femminile (o lo schwa) in tutte, proprio tutte le occorrenze successive. L’esasperazione conformista dell’attenzione agli aspetti “formali” del politicamente corretto, talvolta non senza qualche ipocrisia o ingenuità, offre anche occasioni utili alla propaganda delle destre.
Non è accettabile ridurre la complessità e la contraddittorietà della storia a un postmodernista eterno presente; ridurre la politica sistemica alla sua (necessaria ma non sufficiente) dimensione etica; ridurre la lotta generale per una società di liberi e uguali alle (necessarie ma non sufficienti) lotte su temi specifici.
Dunque chi non vuole definirsi “woke” (tra cui ArciAtea) a causa della polisemia del termine, come mostrato con questa rassegna schematica e incompleta, non fa necessariamente parte della destra reazionaria che vi oppone la “tradizione giudaico-cristiana”; c’è anche una sinistra che rifiuta i dogmatismi, compresi quelli sui propri valori, e auspica la ricostruzione di una visione del mondo egualitaria e di una politica sistemica (polity) tramite l’unificazione delle lotte per i diritti civili, politici e sociali, che stanno bene insieme perché a medio termine insieme avanzano o arretrano.
altri articoli con la semiologa Patrizia Violi
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