Quando i partiti si riducono a comitati elettorali autoreferenziali e scompare la Politica (quella con la maiuscola) prevale la tifoseria, lo schieramento acritico, il “noi migliori per natura” contro il “voi espressione del male”.

La tifoseria (non solo nel calcio) è un insieme di comportamenti consolidati (un habitus); è un sistema dogmatico (indiscutibile, non-falsificabile); codifica azioni e emozioni (ritualizzazione, contagio emotivo); fornisce una identità di gruppo (deindividualizzazione, comunitarismo, tribalismo).

La tifoseria riduce i freni inibitori: già nella “Psicologia delle folle” si spiegava la deresponsabilizzazione favorita dall’anonimato (Gustave Le Bon, 1895, libro che stava sul comodino di Mussolini, e forse anche degli attuali gestori dei social).

La tifoseria fornisce una identità sociale esclusiva e escludente (“noi Bene assoluto” vs “loro Male assoluto”) quindi propensa a trascurare i fatti contrari (o a interpretarli come complotti del “nemico”) e propensa al manicheismo morale (scompaiono le sfumature e i compromessi della democrazia). Quindi diventa giustificabile che il nemico del mio nemico diventi mio amico, anche se agisce in modi riprovevoli.

Il “campismo” è la visione acritica e schematica che divide il mondo in “campi” contrapposti, anche eticamente, per cui sarebbe giustificato massacrare i palestinesi o sostenere lo shah per difendere l’Occidente, oppure viceversa sostenere gli ayatollah iraniani perché anti-americani, ecc. ecc.

Ovviamente si può dialogare anche animatamente, avendo analisi e prospettive diverse, ma non se i “campisti” (filo-occidentali o anti-occidentali, ecc.) si limitano a schierarsi come una tifoseria accettando i doppi standard, e non riconoscono (tantomeno intervengono per cambiare) le limitazioni dei diritti che avvengono trasversalmente, anche nel proprio campo, sia pure in forme e misure diverse.

In Italia la “seconda repubblica” postmodernista ha liquefatto la Politica sistemica (polity) riducendola a amministrazione tecnica dell’esistente (policy, perché there is no alternative) e a schermaglie politiciste (politics) tra partiti ridotti a comitati elettorali. Anche da noi si sta scivolando verso una democratura, in cui restano le procedure della democrazia formale ma svuotate progressivamente della loro sostanza.

La scomparsa della politica (intesa come polity), e la sua sostituzione con movimenti e visioni social-populisti o nazional-populisti, si basa in genere su capi carismatici, che non trasformano ma “salvano” il mondo, che guidano il “popolo eletto” verso il “risveglio” (per MAGA, contro la sostituzione etnica, ecc.) e pretendono devozione (cioè il riconoscimento della weberiana esclusiva dei beni salvezza).

Anche in tema di religioni emergono tifoserie campiste, come nei recenti casi di Trump vs Leone XIV. Prevost era stato scelto per ricucire le profonde divisioni che attraversano la chiesa cattolica (i tradizionalisti Usa, gli innovatori tedeschi, ecc.) senza cambiare la dottrina ma con toni più pacati rispetto a quelli del “peronista” Bergoglio.

Ma la crisi dell’egemonia Usa ha prodotto un presidente Trump che cerca di essere carismatico anche in materia religiosa. Questa invasione di campo ha compattato i diversamente cattolici intorno al loro papa, e non solo loro. Per molti Prevost è diventato l’antitesi di Trump, del populismo e dell’indifferenza sociale (trascurando un po’ il resto della dottrina e delle pratiche).

Anche gli atei devoti delle sinistre postmoderne hanno adottato lo schema “Il nemico del mio nemico è mio amico”: perché senza Politica resta solo la tifoseria (e l’agenda building che sposta l’attenzione dai problemi reali).

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