Morto un papa (stavolta non) se ne fa un altro, ma un commento bisogna scriverlo, e così hanno fatto molti. Abbiamo letto articoli di baciapile e di atei devoti densi di servilismo, che però talvolta lasciavano in coda agli elogi un retrogusto velenoso. Abbiamo letto anche analisi interessanti (ci limitiamo a segnalare quella di Marco Marzano su MicroMega). Anche stavolta molti non sono riusciti a trattenersi dal classificare i papi con il criterio politicista del bipolarismo centrodestra/centrosinistra tipico dei talk show, contrapponendo il “conservatore” Ratzinger al “progressista” Bergoglio: un criterio marginale in questo caso, sbagliato da un punto di vista razionale e, supponiamo, anche un po’ offensivo da un punto di vista religioso.

Certo, nella chiesa cattolica, oggi come in passato, non mancano le contrapposizioni, dalle sottili distinzioni alle feroci guerre per bande, e è evidente che le diverse cordate già si scannano per la successione del papa vigente: sarà la volta di un africano o di un asiatico? o tornerà un italiano? I cattolici si articolano (non sempre amorevolmente) in congregazioni e ordini (Compagnia di Gesù, Francescane di Cristo Re, Legionari di Cristo…); in associazioni e movimenti (Acli, Azione Cattolica, Comunione e Liberazione, Movimento per la vita…); adottano riti diversi (greco-cattolico, copto, ambrosiano…); danno un peso diverso alle diverse dimensioni della religione (dottrina, liturgia, spiritualità, carità, educazione, comunicazione…).

Le Conferenze episcopali sono influenzate dalle geopolitiche dei rispettivi territori; gli statunitensi vorrebbero un papa più occidentale, i terzomondisti fanno notare che il cattolicesimo arretra soprattutto nel Primo mondo; conviene investire sulla Cina? Come bilanciare comunitarismo e universalismo? come contenere le spinte centrifughe di tanti vescovi? Il cauto ecumenismo (riconoscimento che parte della mia Verità assoluta possa essere finita anche in altre religioni) va rivolto a tutti e a nessuno? agli abramitici? conviene abbracciare/inglobare prima i protestanti o gli ortodossi? Si potrebbe continuare a lungo con la rassegna delle articolazioni del cattolicesimo che si intersecano su più piani e non possono essere ridotte a due schieramenti: progressisti e conservatori.

Il loro problema di fondo è come contrastare la secolarizzazione portata dalla modernità. Il clima politico-culturale del dopoguerra condizionò il Concilio Vaticano II, ma le “riforme” vennero presto neutralizzate, già da Paolo VI e ancora più dai papi successivi, anche a seguito del mutamento dello scenario politico-sociale (dall’egemonia socialdemocratica nei “magnifici trent’anni” a quella neoliberista dalla fine degli anni ‘70). Tranne per qualche frangia marginale, nostalgica di quella che fu la teologia della liberazione, lo spirito riformatore del Vaticano II è stato sostanzialmente riassorbito. La teologia del pueblo di Bergoglio propone una comunicazione più in sintonia con il diffuso Zeitgeist populista, e non è altro che un restyling superficiale, una strategia di marketing che nulla cambia della dottrina.

Poi, poi, ci sono anche alcune dichiarazioni legate ai temi dell’attualità politica. Bergoglio parla più spesso delle sofferenze dei migranti (ma i media non evidenziano il suo cerchiobottismo quando dichiara che l’impegno all’accoglienza va inteso come dovere di «accogliere tutti coloro che si possono accogliere», perché «non c’è posto per tutti»). Ratzinger ne parlava meno perché si concentrava sulla “razionalità” della fede, su un piano diverso ma non contrapposto.

Ratzinger è certamente un “conservatore”, contro la modernità, ma non è molto diverso, se non nei toni e nelle capacità di empatia nella comunicazione, dal “rivoluzionario” Bergoglio che non ha cambiato di una virgola la dottrina e che pretende, come tutti i papi, di invadere la sfera pubblica in quanto portatore di valori etici “superiori”, Verità assolute inscritte nella “natura”, creata da dio e interpretata monopolisticamente dalla chiesa.

Infine arriva la nostra politichetta, che si divide tra chi arruola Bergoglio quale lìder maximo della sinistra e chi gli contrappone a destra Wojtyla e Ratzinger, concentrandosi su alcune differenze secondarie e non cogliendone l’omogeneità sostanziale. Il risultato è che sparisce la laicità, quella dell’etsi deus non daretur, dell’esclusione dei dogmi religiosi dalla sfera pubblica: ci resta solo la “libertà” di tifare per un papa o per un altro papa.