Roberto Mordacci, La condizione neomoderna, Einaudi 2017

Stralci da Roberto Mordacci, La condizione neomoderna, Einaudi 2017, in cui si considera la crisi del 2007/2008 l’occasione per chiudere la stagione postmodernista e avviarsi verso un recupero attualizzato dei fondamenti della modernità.

«il postmoderno si è divertito a trastullarsi con il linguaggio, a prendersi gioco della ragione, a sollevare il sospetto contro ogni idea morale e politica. Esso è divenuto così il maggiore responsabile, fra le correnti intellettuali, del proliferare dei populismi, delle derive integraliste (se non c’è verità, perché non prendere la mia verità per assoluta e aggredire tutti gli altri?) e del disorientamento morale di almeno due generazioni.

Disprezzando la ragione, considerata fonte di errore, l’intellettuale postmoderno ha proiettato l’umano nella mistica, una “dimensione in cui la sua ragione non comprende più se stessa, né ciò che vuole, ma preferisce vaneggiare [schwärmt]”. Il risultato, una volta che la rinuncia alle buone ragioni è giunta alle masse, è stato il trionfo della “post-verità”, ultimo approdo dell’irresponsabilità culturale e, forse, sintomo dell’annunciarsi di un’onda differente, che le élite culturali hanno l’opportunità e il dovere di sostenere.

Il postmoderno è morto. Ha dominato la scena culturale europea per quasi mezzo secolo, ma la sua fine è avvenuta l’11 settembre 2001 e le sue esequie, protrattesi a lungo, sono iniziate con la crisi economica del 2007. Quest’ultima, anzi, la si può considerare, insieme alla post-verità, come l’eredità avvelenata del postmoderno: esclusa la fiducia in un qualunque progetto sociale e in ogni istanza di giustizia, l’assolutizzazione del profitto a breve termine, iniziata nel momento di massimo fulgore del postmoderno, cioè gli anni Ottanta del Novecento, è stata legittimata tanto nella coscienza comune quanto negli ambienti finanziari. Per paradosso, una corrente culturale che si è proposta come una delle vie dell’emancipazione ha finito per nutrire nuove forme di asservimento e di quiescenza, di rinuncia alla critica sociale.»