Le imperfezioni della perfezione

C’è qualcosa di intrigante, se non divertente, nella definizione che la Chiesa cattolica propone del suo Dio, che mi fu insegnata da bambino:

Dio è l’essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra.

Già questo superlativo dà da pensare, visto che introduce una sorta di graduatoria delle perfezioni, alcune delle quali, lascia intendere, possono essere più perfette di altre. A parte questo, la perfezione è ovviamente il primo e il più importante degli attributi che la Chiesa attribuisce a Dio, sulla quale Anselmo di Aosta e Cartesio insistettero molto e sulla quale fondarono la loro “dimostrazione” della sua esistenza, il cosiddetto argomento ontologico, che Bertrand Russell ha smontato nel secolo scorso.
La perfezione è infatti la base di tutte le altre caratteristiche di Dio: egli è anche infinito, vale a dire perfetto nell’estensione, onnisciente, ossia perfetto nella conoscenza; eterno, o perfetto nella durata, e perfettamente buono e benevolente. L’Enciclopedia Cattolica aggiunge anche che è immutabile e naturalmente, fra altre qualità, unico.
Il problema, con questo elenco di perfezioni, è che esse sono fonte di contraddizioni e, di fatto, di imperfezioni.
I primi problemi sorgono per la presenza, in Dio, di una volontà e di una capacità di agire, che contraddicono l’immutabilità che, lo ammette anche l’Enciclopedia Cattolica, gli è necessaria per essere perfetto, dato che un atto di volontà implica un mutamento, e ciò che cambia non può essere perfetto.
Facciamo un esempio: la forma della sfera è perfetta se tutti i punti della sua superficie si trovano alla stessa distanza dal centro, altrimenti la forma non è perfetta. Un mutamento di quella distanza, in qualsiasi punto, altererebbe quella perfezione e la sfera non sarebbe più tale. Trasferiamo l’esempio su Dio: proprio Aristotele, sul quale si fonda buona parte della teologia tomistica, asserisce che Dio non può avere una volontà: è perfetto, e quindi immutabile. Un atto di volontà implicherebbe un mutamento nella sua mente, e quindi mancanza di perfezione. Sarebbe come se, sulla sfera del nostro esempio, si formasse una protuberanza. Dio, secondo Aristotele, è paragonabile al sole, che agisce sulle piante solo indirettamente, facendole crescere verso di lui. Analogamente, dice lo Stagirita, Dio attrae il mondo verso di sé fungendo per esso da modello di perfezione. Il mondo, naturalmente, non raggiungerà mai quella perfezione; ma questo suo desiderarla lo fa muovere ed evolvere.
Da qui nasce tutta una serie di concetti che sono entrati anche nel linguaggio comune, affiancandosi a quelli di sostanza e accidente, come quelli di potenza e atto. Ad esempio, una ghianda ha in sé, in potenza, una quercia colossale, anche se, in atto, è solo, appunto, una piccola ghianda. L’evoluzione di ogni cosa terrestre dalla più bieca imperfezione verso il massimo grado possibile di perfezione è dunque un costante ridursi della potenza e un altrettanto costante aumentare dell’atto. Va da sé che Dio, secondo Aristotele, è soltanto atto, e niente potenza; dunque, insiste il filosofo, se Dio è perfetto non può avere una volontà e se non è perfetto non è Dio; ma se è perfetto, e non ha una volontà, allora non può aver deciso di creare il mondo, di farsi uomo eccetera.
Un’altra delle divine perfezioni riguarda l’onniscienza. Dio conosce tutto: la sua consapevolezza – ci dicono i teologi – è assoluta e priva di qualsiasi lacuna. Ma questa onniscienza confligge con l’infinità, perché se Dio è infinito allora non può conoscersi completamente: se così fosse, ciò significherebbe che ha trovato i propri limiti, e perciò che non è infinito. D’altra parte, però, se non si conosce completamente allora non è onnisciente, e addio a un altro aspetto della sua perfezione.
Un ulteriore limite all’infinità di Dio è la sua perfetta bontà che, teoricamente, non gli consente di essere cattivo (Dico teoricamente perché un’occhiata all’Antico Testamento mostra che Dio, o almeno il Dio di Israele, può essere parecchio spietato e sanguinario): in Dio, dicono tutte le teologie, non esiste il male. Ma Egli è infinito, insegnano quelle stesse teologie, e per essere infinito deve essere ovunque, non solo fisicamente ma anche moralmente: dev’essere dunque anche in ogni evento compresi i terremoti, gli tsunami, gli assassinii, le guerre, gli stupri, i pensieri di ogni tipo, i furti, gli insulti e così via: la sua assenza da questi fenomeni smentirebbe la sua infinità. Dio non può, insomma, essere altro dal mondo: è, come minimo, anche nel mondo. In conclusione, per essere infinito Dio deve essere anche nella violenza e nella malvagità o, piuttosto, egli deve essere anche violento e malvagio, il che contraddice la sua proclamata perfetta bontà.
Ci sono problemi anche con l’onnipotenza di Dio che confligge prima di tutto col suo essere eterno, che vuol dire che non può morire: se ci sono cose che non può fare, non importa quali queste cose siano, allora non è onnipotente. Un dio intenzionato a suicidarsi può suonare un tantino assurdo ma un potere davvero infinito non può avere limiti, nemmeno nelle assurdità. Se Dio non può uccidersi, allora non è onnipotente.
Anche la creazione del mondo, con le sue imperfezioni, è una delle dimostrazioni dell’impossibilità dell’onnipotenza di Dio: egli infatti non può creare un mondo perfetto: se fosse vero il contrario, ciò provocherebbe l’esistenza di un’altra entità perfetta, mentre la perfezione non può appartenere che a lui. Per creare qualcosa di perfetto, Dio dovrebbe creare un altro Dio. Di conseguenza, se davvero egli, a dispetto della sua immutabilità, avesse potenzialità creatrici, qualunque cosa creasse essa si dovrebbe inesorabilmente collocare un gradino al di sotto di lui: per Dio è impossibile creare la perfezione.
Quanto al cristianesimo, e soprattutto al cattolicesimo, da una parte la teologia cattolica e il catechismo confermano che Dio è incorporeo, infinito e onnipotente e, soprattutto, perfetto; d’altro canto, tuttavia, essi dichiarano che egli è Padre in una delle sue persone, e Figlio in un’altra.
Un essere perfetto, tuttavia, non può essere ristretto in caratteristiche che ne riducono la perfezione: non può essere caldo o freddo, secco o umido, oscuro o luminoso e via di seguito, fino a concludere che non può essere nemmeno maschio o femmina: essendo perfetto, è sia caldo che freddo, secco e umido, oscuro e luminoso, e sia maschio che femmina. Oppure, non è né l’uno né l’altra: è semplicemente ineffabile, indescrivibile.
Eppure quella stessa teologia e quello stesso catechismo dichiarano che Dio è capace di generare, di generare un figlio maschio (egli stesso un dio, uno col padre ma con una sua propria personalità), e di farlo materializzare in una femmina umana alla fine di una regolare gravidanza.
Il Dio cristiano, dicono, è maschio: due volte maschio, essendo al contempo padre e figlio di sé stesso.
La risposta tipica dei catechisti a tutte queste domande (generalmente accompagnata da un compatito scuotere del capo e da un sorrisetto indulgente) è che noi uomini, limitati e imperfetti, non possiamo comprendere le imperscrutabili vie della volontà e della natura divina. Questa risposta non è altro, a mio avviso, che una scappatoia, una scusa per non dover ammettere di avere – loro – creato un castello concettuale consolatorio sul piano esistenziale ma contraddittorio ed irrazionale sul piano logico.
Un castello che già faticava a stare in piedi quando ancora le conoscenze scientifiche erano limitate e si poteva ragionare in termini antropocentrici, mettendo cioè l’uomo al centro dell’universo, e che – salvo prova contraria – ha finito col diventare del tutto inconsistente al giorno d’oggi.