Il problema delle traduzioni (ma l’ha detto Gesù?)
Per realizzare una traduzione, ovviamente, è necessaria una fonte, un testo originale. Ma quando ci riferiamo ai testi “sacri” cristiani, esistono davvero degli originali? O non sarà che in questo caso parlare di “testi originali” è fuorviante?
Prima di essere fissati nella loro versione greca ufficiale, i vangeli sono stati trasmessi oralmente e poi copiati a mano, non sempre da copisti colti ed esperti, partendo da codici in aramaico disponibili in una varietà di versioni e spesso discordanti fra loro. Come Bart D. Ehrman rileva nel suo “Gesù non l’ha mai detto” (Mondadori, Milano, 2005), non solo errori inevitabili ma anche innumerevoli interpolazioni e aggiustamenti furono inseriti nei testi, che ogni pio amanuense emendava e rettificava secondo le presunzioni e le opinioni sue o della sua setta. Secondo alcuni analisti, perfino il famoso incipit del vangelo di Giovanni, i versetti da 1 a 5 del primo capitolo, sarebbero un’aggiunta apocrifa.
Perplessità sorgono anche, fra l’altro, circa l’intero corpus della Bibbia a causa della strana scelta di Dio che, illogicamente e irrazionalmente, se si prende per buono l’insegnamento della Chiesa (e dei rabbini) per comunicare all’umanità la buona novella scelse non solo un’epoca di inesistente cultura scientifica, ma anche una nazione e una lingua che perfino duemila anni fa erano marginali sulla scena del mondo: “Israel in 4 B.C. had no mass communication”(Israele, nel 4 A.C., non aveva sistemi di comunicazione di massa), dice un redivivo e angelico Giuda Iscariota alla fine dell’opera rock “Jesus Christ Superstar”.
Le rivelazioni religiose sono inevitabilmente legate al tempo e al luogo – in altri termini: alla cultura – che le producono, il che lancia una luce di dubbio sul loro preteso valore universale. Il problema non riguarda la sola Bibbia: anche nel Corano ci sono serie incoerenze, per esempio nel divieto di riprodurre fattezze umane in pittura, scultura o ogni altro modo. Maometto, naturalmente, non sapeva nulla della futura invenzione della fotografia, del cinema, della televisione e di Internet, che anche nei paesi di più rigorosa osservanza musulmana (solo i talebani afghani li hanno proibiti tutti) sono utilizzati normalmente: perfino gli altrimenti rigidi membri dell’ISIS hanno fatto uso con entusiasmo di immagini umane, nei loro disgustosi e sanguinosi video di propaganda.
La storia dimostra che un messaggio davvero universale è semplicemente impossibile da concepire. Altri esempi sono il paragone di Gesù sia a un buon pastore che a un agnello sacrificale e la separazione degli agnelli dai capretti che egli promette per il giorno del giudizio: quando i missionari delle varie confessioni cristiane giunsero nelle isole del Pacifico del Sud, dovettero rimuovere dalla loro predicazione queste metafore: esse non significavano nulla per le popolazioni indigene che non avevano mai visto agnelli, capretti e ovini di qualunque tipo, e di conseguenza non sapevano niente neanche di pastori.
Le traduzioni possono condurre a malintesi e alterazioni, intenzionali o no, e sono sempre un compromesso fra culture, strutture mentali e tempi diversi, tanto che è decisamente impossibile, per un traduttore, dire nella sua lingua esattamente la stessa cosa che dice il testo tradotto (Cfr. Umberto Eco: “Dire quasi la stessa cosa”, Bompiani, Milano, 2003). Alcuni esempi, che riguardano la sostanza del cristianesimo, possono aiutare a capire questo punto.
Nel libro di Isaia, capitolo 7, versetto 14, troviamo una famosa affermazione:
Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: “la vergine concepirà”e partorirà un figlio, che chiamerà Emanuele.
Le virgolette, nella citazione, le ho aggiunte io. Nella lingua ebraica c’è una parola che significa “vergine”, ed è “betulah”; nell’originale ebraico del versetto ma la parola è “almah”, che significa “giovane donna”, senza alcun riferimento alla verginità. Fu la traduzione in greco dei Settanta a interpretare la parola “almah”come “parthenos”, che in effetti significavergine. L’intero culto della “vergine”Maria madre di Gesù di Nazareth, basato su questa affermazione, è pertanto il frutto di un errore di traduzione, non sapremo mai se intenzionale o accidentale.
Un altro esempio, piuttosto divertente, di discrepanza fra l’originale e la versione tradotta di un testo biblico appare, ancora nell’Antico Testamento, quando Abramo decide che bisogna trovare una moglie per Isacco:
Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che aveva potere su tutti i suoi beni: «Metti la mano sotto la mia cosciae ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della Terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito, ma che andrai al mio paese, nella mia patria, a scegliere una moglie per mio figlio Isacco» (Gen. 24,2-4. La stessa procedura si legge anche in Gen. 47,29)
Ero bambino, la prima volta che lessi questo passaggio, e rimasi perplesso per via di quella strana richiesta di Abramo: perché prima di giurare il servitore doveva mettere la mano sotto la coscia del padrone?
Trovai la risposta molti anni dopo. I traduttori dall’ebraico erano imbarazzati dalla procedura reale descritta nel testo, che prevedeva che il giurante prendesse in mano i genitali dell’altro. Nell’ottica di quella lontana epoca era una formula solenne, perché l’organo della riproduzione era considerato una parte sacra dei corpi maschili, in tempi in cui avere molti figli significava essere benedetti da Dio; ma era difficile da proporre a gente diversa, in un mondo diverso e in diverse epoche, in cui appariva decisamente oscena. Così per renderla, per quanto bizzarra, almeno accettabile ai lettori del loro mondo né ebraico né nomade, i traduttori dall’ebraico in greco decisero di alterare il testo.
Errori e fraintendimenti si possono trovare anche nei vangeli che, se pure le versioni più antiche ne sono disponibili in greco, come già ho rilevato furono molto probabilmente trasmessi oralmente finché finalmente coloro che per primi li stesero per iscritto cominciarono a buttarli giù in aramaico. Un chiaro esempio si può trovare nella frase famosa:
Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt. 19,24)
Frase che è ormai un proverbio, famoso quanto inefficace, ma è pure molto probabilmente il frutto di una lettura errata o fraintesa della parola “canapo”, che in aramaico somiglia molto a “cammello”, quando questo passaggio del vangelo fu tradotto in greco.
Oltreagli errori negli “originali”in greco, ulteriori problemi nacquero quando questi “originali”furono tradotti nelle lingue moderne e ulteriori filtri e adattamenti furono aggiunti a quelli che già c’erano.
Queste traduzioni sono, piuttosto, interpretazioni dei testi e spesso differiscono clamorosamente le une dalle altre. Lo si può chiaramente rilevare dando un’occhiata al versetto 25 nel capitolo 1 del vangelo di Matteo. I versetti precedenti raccontano che Giuseppe è stato avvertito da un angelo, in sogno, di non divorziare da Maria anche se è incinta e lui non l’ha mai toccata.
La versione ufficiale in italiano della Chiesa cattolica del versetto recita: “La quale,senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù”. La sottolineatura è mia.
La versione in inglese di Re Giacomo, invece, dice: “And [Joseph] knew her not till she hadbrought forth her firstborn son:and he called his name Jesus”: ossia, per la parte che ho sottolineato: “E [Giuseppe] non la conobbe finché non ebbe partorito il suo figlio primogenito”.
Spiazzante, e buffo, è che un’altra edizione cattolica della Bibbia che ho nella mia biblioteca (UTET, Torino, 1963, tradotta e commentata da Enrico Galbiati, Angelo Penna e Piero Rossano; Nuovo Testamento a cura di Piero Rossano. Imprimatur del Canonico V. Rossi, Vicario Generale, Torino, 4 aprile 1963),debitamente autorizzata dall’imprimatur ecclesiastico, più vicina alla versione di Re Giacomo, recita: “E non la conobbe finché diede alla luce un figlio; e gli pose nome Gesù”.
Anche la versione ufficiale dei vescovi cattolici americani è molto vicina alla versione di Re Giacomo: “He had no relations with her until she bore a son, and he named him Jesus”, vale a dire: “Non ebbe rapporti con lei finché fu in attesa di un figlio, e lo chiamò Gesù”. Una nota di questa versione, tuttavia, precisa:
L’evangelista si preoccupa di sottolineare che Giuseppe non fu responsabile del concepimento di Gesù. La parola greca tradotta con “finché” non implica un normale comportamento coniugale dopo la nascita di Gesù, e non lo esclude” (United States Conference of Catholic Bishops – The New American Bible, Revised Edition, released on March 9, 2011)
I vescovi americani sembrano scegliere una posizione intermedia riguardo al problema dei rapporti sessuali di Giuseppe con sua moglie: non c’è cenno, nella loro versione, al fatto che Gesù fosse“il primogenito”o “l’unico figlio”della coppia. Tutte le versioni cattoliche omettono la definizione del bambino come primogenito (che in effetti non appare nel testo greco che ho visionato) e lasciano intendere che Giuseppe non conobbe mai Maria carnalmente, mentre sia la versione di Re Giacomo che quella cattolica non ufficiale implicano che ciò accadde normalmente dopo la nascita del bambino. La versione di Re Giacomo, in più, cita Gesù comeil suo [di Maria] figlio primogenito, sottintendendo chiaramente che altri figli vennero in seguito. Appare evidente che ci siano stati adattamenti intesi a far dire alla voce di Dio le parole più calzanti con le attese delle parti interessate.
Piuttosto bizzarro, per una divina verità che si suppone unica, adamantina e ispirata.


