
Le culture del lutto e le rappresentazioni della morte
30 Giugno h 21:00 – 23:00

Le ricerche recenti ci dicono che il nostro paese è caratterizzato da una fede religiosa in profonda trasformazione, non solo per l’aumento del pluralismo confessionale dovuto alle migrazioni e, più in generale, a un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.
Aumentano gli atei e gli agnostici, e anche la maggioranza di chi si dichiara credente adotta una religione a bassa intensità, una “appartenenza senza credenza”, una identificazione in una tradizione culturale. Poi c’è una minoranza dei credenti che aderisce alla dottrina e pratica sempre i riti, talvolta anche radicalizzandosi.
Anche le concezioni del sacro tendono a diversificarsi. Alcuni mantengono la credenza nei dogmi della propria religione che confermano nella pratica assidua dei riti prescritti, ormai sempre più diversificati anche in Italia a seguito delle trasformazioni sociali etno-culturali.
Per altri il sacro è solo la dimensione “altra”, che sfugge all’ordinario, alla nostra capacità di razionalizzazione; è la dimensione cognitivo-normativa descritta dalla paleo-antropologia, talvolta terribile ma anche affascinante; però una dimensione del tutto immanente, priva di ogni trascendenza.
Tra questi due estremi c’è l’indebolimento delle forme rituali tradizionali, rilevato anche dalle fonti religiose contemporanee, dovuto al postmodernismo che ha esaltato l’individualismo e la decostruzione delle metanarrazioni.
In questi casi il sacro non scompare ma si articola e si privatizza. La tradizione giudaico-cristiana continua a proporre il rito come consolazione, memoria, speranza di vita eterna, convivendo con i riti funebri delle “nuove religioni” che abitano il paese.
Cresce in molti una “spiritualità fai da te”, che sostituisce la fede istituzionale con pratiche interiori e simboliche più soggettive, talvolta new age. Il sacro, privato del dogma, tende a diventare esperienza variegata, “privatizzata”.
C’è una nuova e crescente minoranza di atei e agnostici che adotta le cerimonie laiche; all’estremo opposto c’è la rigorosa adozione dei riti prescritti dalla dottrina religiosa e dalla tradizione. Tra queste due concezioni e pratiche opposte resta un bisogno diffuso di ritualità, memoria e trascendenza seppure secolariz-zato e privatizzato che esprime l’esigenza antropologica di dare forma simbolica alla fine della vita.
Anche quando Dio scompare dal discorso pubblico, spesso resta il bisogno di separare il tempo della morte dal tempo ordinario, costruire una memoria condivisa, attribuire dignità al corpo e alla perdita, creare continuità tra vivi e morti.
In questo sensoil sacro non scompare ma si trasforma. Sopravvive in forme più individualizzate, simboliche, comunitarie o addirittura digitali, spesso sganciate dalle istituzioni religiose tradizionali ma ancora profondamente legate al bisogno umano di dare senso alla morte.
Ne parleremo martedì 30 giugno 2026 ore 21 alla Casa della cultura (via Borgogna 3 Milano, MM1 e 4 S.Babila) e in streaming; interverranno:
Enzo Pacesociologo unipd eAna Cristina Vargasdirettrice scientifica Fondazione Fabretti di Torino, antropologa e docente unito.
CoordinanoAlessandro BonardieGiancarlo Straini.
Questo incontro si lega anche al convegno “Laici anche nell’oltre”e a altre conferenze dei promotori rivedibili suYouTubedella Casa della CulturaediArciAtea.
Gruppo nazionale di lavoro per la stanza del silenzio e dei culti
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