SCIENZÂ

Omissioni della memoria: immagini dei papi e pedofilia del clero, con Francesco Zanardi, portavoce di Rete L’ABUSO, un’associazione che sa unire il sostegno concreto alle vittime degli abusi sessuali con la critica culturale dell’ambiente che questi crimini permette, favorisce, occulta.

La Rete L’ABUSO è nata 10 anni fa da un gruppo di vittime di preti pedofili che hanno scoperto che il fenomeno abusi non era solo un problema individuale ma sociale.
Dal confronto delle loro esperienze emergeva uno schema che si ripeteva; anzi, che c’era un modus operandi uguale in Italia e negli altri paesi:
la pedofilia è considerata un peccato e non un reato; il pedofilo viene trasferito e non denunciato, le vittime e le loro famiglie vengono invitate al silenzio e quindi scoraggiate anche a chiedere un risarcimento.

La nascita quindi del progetto della Rete L’ABUSO – che è formata da un gruppo di attivisti, vittime e professionisti volontari, sparsi su tutto territorio italiano – fornisce una rete di supporto alle vittime, e anche una prevenzione di questi reati.
Infatti, il sito della Rete L’ABUSO costituisce anche un importante deterrente perché “traccia”, con una sorta di schedario, la presenza dei preti pedofili “nascosti” dalla chiesa.

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Stella Sorgente ha illustrato la sua esperienza di vicesindaco del Comune di Livorno, dal 2014 al 2019, riportando le battaglie laiche vinte e perse:
– le scuole paritarie private (cattoliche) che dovevano pagare l’ICI al Comune, con politici e cardinali che gridavano scandalizzati che si voleva farle chiudere;
– la mozione, bocciata, presentata in regione per spostare sul pubblico almeno una parte dei finanziamenti alle private;
– dopo la revisione dell’84 del concordato che estende l’ora di religione alle scuole dell’infanzia (3-6 anni), il comune di Livorno era riuscito a evitare questa estensione nelle paritarie dell’ente locale fino al 2017 ma poi ha dovuto applicare la legge per le pressioni dell’ufficio della CEI;
– le battaglie per ripartire a vantaggio del pubblico il fondo 0-6 anni istituito nel 2015 presso il Miur.

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Stella Sorgente, 38 anni, di professione è insegnante e musicista. Attualmente è Capogruppo del Movimento 5 Stelle nel Consiglio comunale di Livorno e Facilitatrice regionale toscana alla Formazione e al Coinvolgimento per il Movimento 5 Stelle. Dal 2014 al 2019 è stata Vicesindaca del Comune di Livorno con deleghe all’Educazione,
all’Istruzione, all’Edilizia Scolastica, alle Pari Opportunità, alle Politiche Giovanili, alla Partecipazione, all’Amministrazione condivisa dei Beni Comuni, e ai Rapporti Istituzionali.

Dopo l’uccisione del cittadino afroamericano George Floyd è nata negli Stati Uniti un’onda di protesta antirazzista che si è diffusa anche in altri paesi. Durante le proteste sono anche state abbattute o danneggiate statue che rappresentano personaggi considerati razzisti o colonialisti.

Da noi si è molto discusso sui media della statua di Indro Montanelli, che è stata imbrattata per ricordare l’episodio dell’acquisto di una dodicenne etiope, Destà, che – dopo essere stata “scucita” visto che era stata infibulata – venne usata da Montanelli per le sue esigenze sessuali e per ricevere la biancheria pulita, questo nel 1936, mentre combatteva la guerra coloniale fascista in Abissinia.

Il dibattito che si è aperto ha visto autorevoli giornalisti sostenere che non si devono isolare singoli avvenimenti e che si deve contestualizzare.
Però i monumenti, la toponomastica, le festività, le celebrazioni, non sono la storia; hanno a che fare con il passato ma esprimono soprattutto un’idea di futuro e quindi una memoria che può essere condivisa o contesa.

I monumenti e le celebrazioni rappresentano «rapporti di potere, logiche di controllo sociale, strategie identitarie, progetti di egemonia politica: impossibile separare le politiche della memoria dalla politica in generale […] la memoria non è fedele trascrizione del passato, ma sua continua lettura e interpretazione, può anche succedere che le memorie siano riscritte e la tradizione inventata» (da Paesaggi della memoria di Patrizia Violi).

ArciAtea è una associazione di promozione sociale che si occupa di laicità, diritti e razionalismo scientifico, quindi è interessata a criticare la “sacralità” dei monumenti, a sostenere i diritti con logica intersezionale, ad analizzare questi eventi non da tifosi ma con la razionalità della scienza.

Non ci domandiamo se una statua – di Montanelli o di chiunque altro – deve essere abbattuta, se è meglio trasferirla in un museo, se bisogna aggiungervi una descrizione, o bilanciarne l’immagine con un’altra di segno diverso. Vogliamo chiederci cosa ci dice oggi un monumento, e quale domani ci propone. Vogliamo capirne il significato.

Chi può farlo meglio di Patrizia Violi e Mario Panico?

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Mario Panico ha un dottorato in Semiotica. È membro del centro di ricerca “Trame – Centro di Studi Semiotici sulle Memorie Culturali” dell’Università di Bologna e si occupa di memorie nostalgiche, monumenti e pratiche urbane. La sua ultima ricerca ha interessato il rapporto tra nostalgia e spazio urbano, con un focus su Predappio, paese natale di Benito Mussolini.

Patrizia Violi è professore ordinario di Semiotica presso l’Università di Bologna; ha diretto il Centro Internazionale di Studi Umanistici Umberto Eco e il Centro TRAME dell’Università di Bologna.
Coordinatrice di due progetti europei sui temi della memoria e degli spazi memoriali: Memosur – Lesson for Europe: Memory, Trauma and Reconciliation in Chile and Argentina 2014-2017 e SPEME – Questioning Traumatic Heritage. Spaces of Memory in Europe, Argentina, Colombia ancora in corso. Su questi temi ha pubblicato il volume Paesaggi della memoria. Il trauma, lo spazio, la storia, Bompiani 2014, tratto in inglese per Peter Lang.

Marco Bella ha esposto con semplicità e con rigore i fatti che dobbiamo prendere in considerazione per valutare vantaggi e rischi del 5G: il rischio zero è inesistente, dobbiamo saper valutare i rischi e i benefici, le onde elettromagnetiche sono cancerogene? quelle non ionizzanti non più del caffè e molto meno delle radiazioni solari, in passato c’era chi assegnava all’elettricità effetti negativi simili alle onde elettromagnetiche, e molto altro…

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Marco Bella è professore associato in chimica organica alla Sapienza, dal marzo 2018 deputato della Repubblica Italiana, del M5s. Esperienze con lo Scripps Research Institute in California e l’Università di Aarhus in Danimarca. Collabora con riviste quali BBC Science, Le stelle, e il blog ROARS.

Manuela Monti e Carlo Alberto Redi, insieme a Marco Censi, hanno ricordato come lo scorso anno Margherita Hack.

Marco Censi ha presentato il tema della cittadinanza scientifica, d’attualità e vicino alla figura di Margherita Hack. Antonio Gramsci, parlando di pedagogia circolare, ci ricorda che maestro e alunno si insegnano e apprendono a vicenda, lo stesso nei rapporti sociali più generali e tra Stati. Pedagogia circolare significa anche rifiuto di un’autorità costituita e dogmatica, bensì processo in divenire, metodo che appartiene alla scienza, antidoto alle fake news.
La democrazia è uno stile di vita, anch’esso circolare. Come sostiene John Dewey la democrazia è tale se è un incessante processo educativo, non solo un periodico ricorso al voto dei cittadini. L’umiltà dello scienziato, che rifiuta le Verità Assolute e sottopone le sue ipotesi alla verifica sperimentale della comunità scientifica, ci indica la strada anche per l’esercizio della democrazia politica, tramite appunto la cittadinanza scientifica.

Manuela Monti e Carlo Alberto Redi hanno sviluppato il concetto di democrazia cognitiva, a partire dalla critica scientifica del razzismo, fino a mostrare la necessità della lotta politica per l’uguaglianza, riprendendo anche alcuni temi della genomica sociale affrontati in un precedente incontro alla Casa della Cultura.

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Incontro interessantissimo con Paolo Francalacci sull’evoluzione biologica tra realtà e falsi miti.

Paolo Francalacci, livornese, si laurea a Pisa in Scienze Biologiche nel 1983 e sperimenta quello stesso anno il primo ciclo di Dottorato di Ricerca presso l’Università di Firenze, conseguendo il titolo di dottore di ricerca in Scienze Antropologiche nel 1987.

Dopo alcuni anni all’estero, prima all’Università di Cape Town (Sud Africa), e poi a Stanford (California), sotto la guida del prof. L.L. Cavalli-Sforza. Successivamente rientra in Italia all’Università di Sassari, prima come docente di Antropologia biologica e poi di Genetica. Dal 2018 si trasferisce all’Università di Cagliari dove è professore ordinario di Genetica. Ha tenuto corsi di dottorato e master all’Università Autonoma di Barcellona ed è stato visiting professor presso l’Università di Alicante e di Hue (Vietnam).

Si è sempre occupato di evoluzione umana, con ricerche al confine tra l’antropologia e la genetica, studiando la filogenesi molecolare del DNA mitocondriale e del cromosoma Y e la genetica delle popolazioni umane, in prevalenza in Europa e nel Mediterraneo. Ha pubblicato in alcune delle più prestigiose riviste scientifiche come Science e Nature Genetics.

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Buonasera a tutti, e benvenuti a questo «Darwin» Day.
Il virgolettato, nel citare Darwin, è a ragion veduta, perché stasera si parlerà di teoria evoluzionistica della specie come con tutta probabilità non era mai stato fatto prima per la maggior parte di voi.

I nostri due ospiti difatti, studiosi e scienziati, si occupano di un fronte di ricerca innovativo, in ambito genetico: la genomica sociale.
Una disciplina che si occupa sostanzialmente del rapporto scienza-società, volta a chiarire i meccanismi attraverso i quali – e qui li cito – «il sociale entra nella pelle e si fa biologia».
A noi di ArciAtea è piaciuta molto, e per svariati motivi.

Innanzitutto, perché conduce un’analisi esemplarmente rigorosa, e a tratti impietosa, su cose che forse sapevamo già tutti – si accentuano le disuguaglianze, l’economia mondiale sta andando sempre più in direzione di una disparità sistemica polarizzata con pochi ricchi sempre più ricchi e moltissimi poveri sempre più poveri, le aspettative di vita non sono uguali per tutti e il SSN è oggi un meccanismo inceppato, è divenuto inefficiente da noi come nel resto del mondo – ma quest’analisi la fa con metodo scientifico, esprimendo perciò dati incontrovertibili; questo, noi che siamo aspiranti razionalisti, non possiamo che apprezzarlo.
Soffermiamoci un attimo sul perché del corsivo, prima di andare avanti: la razionalità è un percorso formativo di vita, un obiettivo, non una decisione arbitraria. Non sei razionale perché hai deciso di esserlo (come fanno molti personaggi della nostra vita pubblica, purtroppo, tra i politici e la loro corte d’ideologi in modo particolare, autoaccordandosi d’ufficio tale qualità).
Razionali, si diventa.

Intersezionalità dell’edificio sociale, dunque, come fattore evolutivo: ArciAtea, fin dalla sua nascita, afferma proprio questo, ovvero che i diritti non devono essere separati e non vanno «categorizzati», perché in quanto esseri al contempo biologici e sociali non siamo isolati, da nessun punto di vista, economico, politico, culturale.
Pertanto, ci conforta avere una conferma che questo principio ha solide basi scientifiche.
Felicità e infelicità sono «contagiose», e questo fa da sempre parte del linguaggio colloquiale di noi tutti, ma ora sappiamo che non lo sono come gli starnuti, o le risate, ma lo sono in senso letterale, scientifico: si possono trasmettere (linguaggio medico applicato al sociale).
Due esempi, a dimostrazione del fatto che noi di AA siamo pienamente in sintonia con le posizioni di cui si parlerà stasera:
— Le nostre iniziative per diffondere le Stanze del Silenzio negli ospedali, considerabile come un vero e proprio strumento interculturale per la «terapia di sostegno» della persona da un lato, ma basato dall’altro su una concezione di benessere che richiede anche l’espressione di una spiritualità, immanente e atea nel nostro caso.
— Le nostre collaborazioni con Rete l’ABUSO, che vanno in questa medesima direzione.
Francesco Zanardi, il presidente, ha sempre sottolineato quanto siano devastanti gli abusi sessuali, ancor più se commessi da figure di potere e prestigio come quelle appartenenti al clero, ma gli studi di Carlo Alberto Redi e Manuela Monti ci dicono che oltre che devastanti sono persistenti, e si trasmettono, non solo culturalmente ma anche biologicamente, alle generazioni successive.

Un altro motivo per noi di apprezzamento («peccando” forse un po’ di ovvietà) è la posizione riguardo le religioni, quella nostrana e cattolica in primis: i precetti religiosi sono, all’interno di questa lucida analisi, costrutti ideologici caratterizzati da una pretesa di verità eterna e immutabile, usati per avvalorare convinzioni personali e arbitrarie e ad altissimo fattore inquinante in molteplici ambiti decisionali – giuridico, politico, legislativo – e giocoforza inconciliabili con l’approccio degli scienziati che sono «addestrati all’umiltà» (come gli autori stessi, meritoriamente, precisano nel testo).
Gli scienziati sanno che il dato scientifico ha valenza implicitamente temporanea, è in divenire e sarà probabilmente smentito o aggiustato in futuro da nuove scoperte e indirizzi di ricerca.
L’eliminazione delle credenze religiose costituisce pertanto un fattore di miglioramento e di progresso sociale, anche nei criteri di scelta degli individui rispetto ai «coindividui» ovvero, gli altri.

Attraverso il lavoro dei nostri due ospiti di stasera scopriamo molte altre cose: che l’utilizzo, ad esempio, nel linguaggio politico-governativo del termine «razza» è improprio, nell’attribuirgli un valore classificatorio e storico – e quindi discriminatorio – perché le razze non esistono, come si evince dalla mappatura del genoma umano, e sarebbe più corretto parlare di fenotipi.

O che c’è un interessante parallelismo tra l’affermarsi dell’ospedale-azienda e la nascita del partito-azienda, databili entrambi con l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, un meccanismo che sancisce la fine di un’epoca culturale (e l’inizio di quella che stiamo vivendo) e in, per certi versi, spaventosa concomitanza vede profilarsi una nuova figura sociale: il paziente – al pari del cittadino-votante – diventa utente, o cliente, con tutte le ben immaginabili implicazioni etiche ed economiche, in termini di disuguaglianze nell’accesso alle cure e ai servizi sanitari.

Ma questa nuova epoca, l’attuale, porterebbe con sé anche un lato positivo, conseguenza del fatto che col dirompente e progressivo coinvolgimento nel principio di sanità pubblica dell’elemento economico-imprenditoriale, la ricerca farmacologico-medico-scientifica diventa sempre più redditizia: l’evoluzione della stessa. Il cui scenario nella storia recente, in ambito clinico sottolinea il meccanismo ricorsivo di relazione tra sociale e biologico (il tema-chiave di questa serata), che si influenzano vicendevolmente e ciclicamente.
Gli avanzamenti nella ricerca e il progresso nelle biotecnologie stanno portando a promettenti risultati nelle applicazioni in campo, basate sulla farmacogenomica e sulla cosiddetta medicina di precisione, che ha un approccio alla malattia più predittivo che meramente curativo, e possiede di conseguenza un potenziale di efficacità esponenzialmente maggiore di quella tradizionale. Ma se ho usato il condizionale, parlando di lato positivo, c’è un perché: l’analisi di Redi e Monti evidenzia un aspetto preoccupante, nelle dinamiche di sviluppo di tali opportunità curative: che sono elitarie. Mentre dovrebbero farsi aperte e accessibili a tutti (o quantomeno essere portate avanti secondo un disegno che tendesse a tale obiettivo), per colmare le disparità di salute, e quindi di premesse per una vita migliore.
Non stiamo parlando del medico di base che ti prescrive gli antibiotici, o l’aspettativa per un esame o la fisioterapia: stiamo parlando della differenza tra l’avere una vita migliore e il non averla.
Per il singolo individuo e, in ultima istanza, per l’intera comunità umana sul pianeta.

A tale proposito, voglio citare il fatto che i due autori ipotizzano anche l’istituzione di un’interessante figura, quella dell’assistente di vita indipendente, basata sul concetto di solidarietà intergenerazionale.
Un’idea valida, un modello che meriterebbe di essere copiato, e riprodotto in altri ambiti sociali e comunitari.

La genomica sociale, dunque: spetterà a Redi e Monti spiegarci più esattamente cos’è.
Ci metteranno in confidenza, tra l’altro, con termini che ci erano probabilmente sconosciuti finora, come xenobionti e esposoma, o come la stessa, per certi versi oscura epigenetica.
Faranno luce sui «mediatori della transizione sociobiologica e i portatori d’informazione epigenetica capace di passare da una generazione all’altra».
Seguendo le tracce di questo percorso i(l filo di un ragionamento che parte da Darwin, ma arriva molto lontano,) e tocca tutte le discipline umane (dalla filosofia all’antropologia, dall’economia alla giurisprudenza) si giunge ad un approdo dalla terminologia inedita, tanto affascinante quanto inquietante, e si prende atto che le pratiche del nostro vivere, oggi non sono più dettate da scelte solo politiche, ma diventano biopolitiche.

Tutto questo ci porterà tutti, spero, ad una riflessione che ci sembra particolarmente coerente e condivisibile: il richiamo all’impellente necessità di possedere oggigiorno almeno una «minima» base di preparazione scientifica.
Conoscenza scientifica, per esercitare la cittadinanza scientifica., in seno ad una società che si fa sempre più scientifica.

Abbiamo tanto bisogno di laicità (lasciatemi concludere con questa parola, che sarebbe a noi sacra se non fosse conclamata la nostra allergia ed ogni forma di sacralità), cioè di cittadini capaci di autodeterminarsi senza ricorrere ad autorità esterne, che siano una divinità, un duce, un patriarca.
La democrazia non è solo l’esercizio periodico del voto, vivendo per il resto del tempo nella beata ignoranza all’insegna del laisser faire (come la politica oggi e i suoi attori sembrerebbero volerci inculcare), ma significa essere liberi e uguali nel potersi educare e nel decidere il proprio futuro.

Buonasera a tutte e a tutti,
vi ringraziamo per la vostra partecipazione e soprattutto per l’interesse che state dimostrando per questa iniziativa che come ArciAtea abbiamo pensato di organizzare in ricordo di Margherita Hack. Ringraziamo anche chi ci sta seguendo in diretta streaming.
Ma prima di tutto ci presentiamo per chi ancora non ci conosce.
Siamo un’associazione (ArciAtea Rete per la laicità APS) che si rivolge ai razionalisti, agli agnostici e agli atei che aderiscono al cantiere aperto del progetto teorico e politico dell’Illuminismo, progetto basato sulla fiducia nell’autodeterminazione dell’umanità e sulla contrarietà alla presenza delle religioni nella sfera pubblica. In estrema sintesi ArciAtea si batte per riaffermare il significato originario del termine laicità.
ArciAtea non rivendica esclusività sulle attività e sui temi trattati; anzi, si propone di collaborare e intrecciare le proprie iniziative con le associazioni laiche affini o complementari, e vuole farlo utilizzando il supporto dell’ARCI, la più grande e prestigiosa associazione culturale e di promozione sociale italiana.
ArciAtesa rete per la laicità è nata a Milano. Una RETE che sta raccogliendo l’interesse di altri territori, si sta infatti costituendo anche in altre città.

In questo periodo si svolgono Pride parate in molte città. ArciAtea ha partecipato a quella che si è già tenuta a Perugia. Questa serata rientra anche nelle iniziative della Pride Week che precedono il corteo di sabato 29 a Milano (siamo una delle iniziative presentate a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, da Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano).
All’ingresso potete trovare libri, materiale informativo e gadget.
Se volete potete sostenerci iscrivendovi o lasciando già oggi un contributo per coprire le spese delle nostre iniziative.

Hack ha detto: “Penso alla ciclicità delle mie molecole, pronte a sopravvivermi, a ritornare in circolo girovagando per l’atmosfera e non provo tristezza. Ci sono stata, qualcuno si ricorderà di me e se così non fosse, non importa.”
Siamo laici, quindi non santifichiamo nessuno. Margherita Hack non è una santa, non è stata perfetta, ha commesso errori come tutti gli scienziati che fanno ipotesi, verificano se queste ipotesi reggono, le abbandonano oppure le correggono.
Margherita Hack, però, ha mostrato di avere qualità che la rendono un esempio da seguire.
Ma, più che le singole qualità, ciò che caratterizza positivamente Margherita è il loro incrocio, la loro intersezione. Le qualità di Margherita vanno a formare un grappolo in cui ogni qualità potenzia quella contigua, e delinea una personalità ricca, forte e gentile. Una grande curiosità e voglia di capire.

Cito ancora: “Non potete neanche immaginare quanto sia divertente capire come funziona una stella. E il bello è che tutte queste cose si possono studiare anche senza lasciarsi divorare dalle solite eterne domande intrise di presunzione: «Chi siamo noi? Da dove veniamo? Qual è il senso della nostra vita? Cosa ci aspetta dopo la morte?».”
Margherita Hack può essere apprezzata per le sue singole qualità, ma molto di più se le osserviamo insieme.

È stata una donna che è riuscita ad affermarsi in un ambiente, quello della scienza, che tempo fa era rigorosamente riservato agli scienziati maschi. Tuttora permane una discriminazione sessista: le ricercatrici si scontrano tuttora con ostacoli e pregiudizi.
Nessuno (o quasi) osa sostenere oggi che le donne non sono portate per la scienza, e Margherita Hack ha contribuito moltissimo a rompere questo stereotipo e a farci incamminare sulla strada verso una parità effettiva.
Margherita ha lottato con forza contro ogni forma di soprannaturalismo: in Italia la partecipazione ai riti religiosi si è ridotta, ma negli ultimi decenni sono anche riemerse varie forme di religiosità: alcune ad alta intensità, come i vari fondamentalismi (non solo islamici); altre forme di religiosità sono a bassa intensità, o sono espressione del postmodernismo che svaluta il pensiero scientifico, che mette sullo stesso piano scienziati e presunti guaritori.
Il rigore razionalistico e l’ateismo di Margherita sono stati preziosi per combattere bufale e superstizioni, per sostenere il pensiero scientifico.

Margherita ha saputo unire la passione per la scienza con la passione civile, politica e sociale, con una grande capacità di empatia e di rispetto, anche per gli animali. E con una grande capacità di comunicare le sue passioni scientifiche e politiche; con semplicità e simpatia.
Astrofisica di fama internazionale, accademica e divulgatrice scientifica, “un’icona del pensiero libero e dell’anticonformismo” (come l’ha definita Umberto Veronesi), garante del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze ), presidente onoraria dell’UAAR, iscritta all’Associazione Luca Coscioni e al Partito Radicale Transnazionale, candidata nelle liste del Partito dei Comunisti Italiani, vegetariana, sempre schierata per i diritti civili, sempre dalla parte dell’uguaglianza, per i diritti sociali.

Oggi alla Casa della Cultura di Milano abbiamo il piacere e l’onore di avere con noi l’astrofisica Patrizia Caraveo.
Anche lei unisce la passione per la scienza con quella per l’uguaglianza. Infatti ha scritto un interessante saggio intitolato “Uomini e donne: stessi diritti?” con cui denuncia la persistenza, nei fatti, delle discriminazioni sessiste anche negli ambienti scientifici.
Un’altro libro appena uscito, che potrete trovare nel nostro banchetto: Conquistati dalla Luna. Storia di un’attrazione senza tempo.
Insieme a Patrizia Caraveo c’è Federico Tulli, saggista e giornalista di Left, che ha avuto anche la possibilità di intervistare Margherita Hack.
E anche di Tulli potrete trovare indicazioni su i suoi libri sul sito arciatea.it
Direi che possiamo cominciare con le due relazioni, diciamo grosso modo di circa 20 minuti, poi interventi e domande dal pubblico e le risposte dei relatori.
Come detto prima, le qualità di Margherita Hack non si sommano semplicemente, ma si moltiplicano, se le osserviamo nel loro insieme, nel loro incrociarsi, nelle loro intersezioni.
Oggi riusciremo ad affrontare solo alcuni aspetti del complesso delle qualità di Margherita Hack, ma speriamo di poterne ricordare la figura anche in altre città e in futuro, confrontando testimonianze e punti di vista.
Questo almeno è la speranza e l’impegno che ci assumiamo come ArciAtea.

Un razionalista ateo è (quasi necessariamente) un ecologista che sostiene una politica contro il degrado dell’ambiente, l’inquinamento, lo sfruttamento privo di lungimiranza delle risorse naturali.
Quindi un razionalista ateo (presumibilmente) sosterrà le evidenze scientifiche – e i dubbi, perché la scienza è anche ricerca di smentite – su effetto serra, qualità dell’aria, assetto idrogeologico, gestione dei rifiuti, ecc.
Un razionalista ateo (probabilmente) sottoporrà a critica anche il proprio ambientalismo, per accertarsi di non utilizzare (troppo) schemi cognitivi consolidati che, nascosti tra le buone intenzioni, potrebbero spingerlo in una direzione diversa da quella scelta e desiderata.

Infatti anche l’ambientalismo può essere ambivalente e articolato: accanto all’ambientalismo scientifico possiamo riscontrare un ambientalismo mistico e consolatorio, postmodernista, New Age, religioso, apocalittico, settario.
In forme varie, queste concezioni tendono a sacralizzare la natura, anzi la Natura: antropomorfizzata (la Madre Terra), dotata di intenzioni e sentimenti umani (la Natura si vendica), dotata di personalità giuridica (i diritti della Natura), ridotta a entità metafisica (ad una divinità).
Per i cristiani la natura è da rispettare “strumentalmente” in quanto dono di dio di cui saremmo solo i custodi. L’enciclica “ambientalista” Laudato si’ lo dice chiaramente: la natura, come il nostro corpo, la nostra sessualità, la nostra vita, non ci appartiene, non è nelle nostre disponibilità.
Non a caso i cataclismi naturali sono tuttora interpretati come una punizione di Dio, e il nemico resta sempre la pretesa illuministica dell’umanità di autodeterminarsi.

In molti casi la critica postmodernista non è scientifica ma morale, anzi moralista: il consumismo inaridisce? l’austerità renderebbe felici; lo sviluppo inquina? la decrescita è felice.
Queste concezioni talvolta contengono elementi di verità, ma spesso sono declinate in modo apocalittico, settario e terroristico: la decrescita è (obbligatoriamente) felice, perché la pacchia (dello sviluppo) è finita.
Ivan Illich e André Gorz ci prospettano una possibilità (ridurre l’orario di lavoro e i consumi per migliorare la qualità delle relazioni) come una necessità, senza peraltro considerare che la maggior parte della popolazione, a causa della scarsità – di lavoro, di reddito, di istruzione – è indotta (se non proprio costretta) ad adottare stili di vita poco lungimiranti, per se stessi e per gli altri.
Il risultato è la codifica di alcuni comportamenti (km zero, vegetarianesimo, ecc.) che possono anche avere aspetti virtuosi, ma che finiscono per identificare un gruppo che si consola e si assolve con piccoli gesti quotidiani, che è sostanzialmente irrilevante nel determinare una politica ambientalista (riconversione industriale, politica energetica, ricerca scientifica, ecc.) capace di incidere effettivamente, non solo simbolicamente.

Per i postmodernisti siamo alla fine della storia e del progresso, il tempo si rannicchia su se stesso, l’ambizione prometeica degli illuministi ha devastato il pianeta, «Alla lunga lista di vittime emblematiche – ebrei, neri, schiavi, proletari, popoli colonizzati – si sostituisce gradualmente il pianeta, divenuto il simbolo di tutti i miserabili. È lui il reietto per eccellenza. […] Non si tratta più di trasformare il mondo, ma di salvarlo» (Pascal Bruckner, Il fanatismo dell’Apocalisse).
È il ritorno del peccato originale, lo schema della cacciata dal paradiso terrestre: il male è la superbia della creatura che si ribella al suo Creatore e va oltre le proprie prerogative, e i nuovi chierici postmoderni usano la cultura della paura e dichiarano che «ormai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo» (Serge Latouche).
Siamo al conto alla rovescia, al pentimento anticipato di ciò che potrebbe accadere, a un allarmismo non meno demotivante (perché responsabili di tutto quindi di niente) del beato ottimismo, che prima ci terrorizza e poi ci consola con un po’ di animismo post tecnologico (comprare prodotti biodinamici) o con qualche gesto rituale (chiudere l’acqua usando lo spazzolino).

Dunque dobbiamo saper distinguere – anche in noi stessi – due modi di essere ambientalisti: quello basato sulle provvisorie verità e sui dubbi della scienza, sulla fiducia nell’umanità, che ci chiama all’impegno per risolvere i problemi; e quello religioso e apocalittico, consolatorio e paralizzante, che ci chiede solo qualche gesto simbolico, per assolverci.

Il 15 marzo 2019 alla marcia per il clima