Quel dio dei lefebvriani negato per le lingue
Certi fenomeni sociali hanno un andamento carsico: appaiono, poi per un po’ scompaiono e poi appaiono di nuovo, un po’ come le mode. Accade così che i cattolici conservatori lefebvriani, di cui da qualche tempo non si sentiva parlare, sono tornati alla ribalta delle cronache perché hanno deciso di ordinare dei nuovi vescovi senza il permesso del Vaticano.
I lefebvriani, una setta scismatica radicata soprattutto in Francia e in Svizzera, si sono separati da Roma in conseguenza del Concilio Vaticano II, del quale non condividono le aperture verso le altre confessioni religiose, cristiane e non, e una gran quantità di aggiornamenti dei rituali, primo fra tutti la sostituzione del latino, nella celebrazione della messa, con le lingue parlate dai fedeli nei vari Paesi del mondo, ed altri aspetti che un osservatore maligno potrebbe definire folkloristici, tipo il rifiuto, per i preti della setta, di rinunciare a tonaca e collare, e, per i più alti in grado, ai parafernalia (cotte, zucchetti, tonache rosse, paramenti vistosi, cerimonie magnificenti, ecc.) che essi ritengono parte sostanziale della loro carica. I lefebvriani sono adamantini nella loro categorica presa di posizione, e a una lettera del papa che li scongiurava di astenersi dal consacrare nuovi vescovi hanno risposto, testualmente, “Dio è con noi”.
Io, che ammetto di far parte degli osservatori maligni, non posso fare a meno di essere incuriosito da una così perentoria affermazione della divina partigianeria, che peraltro non è esclusiva dei lefebvriani: recentemente, anche l’attuale inquilino della Casa Bianca ha dichiarato di essere sicuro che Dio approva il lavoro che sta facendo negli USA e nel mondo; e in un passato neanche tanto remoto, che rischia di ridiventare presente, c’erano dei figuri vestiti di nero e armati fino ai denti, dalle parti di Berlino, che sulla fibbia delle loro cinture incidevano il motto Gott mit uns, che significa esattamente la stessa cosa. Quale canale di comunicazione hanno, i lefebvriani, così diretto e sicuro, da indurli a dichiarare con tanta perentoria certezza che Dio è con loro?
A parte questo, trovo davvero curiosa la fissa dei lefebvriani per la recitazione della messa in latino. Debbo dedurne, stante il filo diretto che essi affermano di avere col Creatore, che il medesimo ha problemi a comprendere lingue diverse da quella di Cicerone; circostanza bizzarra, dato che, per quanto a me noto, la prima lingua nella quale quel Creatore si è espresso è l’ebraico e dato che – per chi ci crede – è in quella lingua che Egli ha dettato a Mosè il Pentateuco, è ancora in quella lingua che i profeti biblici hanno espresso le loro enigmatiche profezie, ed è sempre in quella lingua, o al più in aramaico (che non è esattamente la stessa cosa) che si esprimevano Gesù di Nazareth, Paolo di Tarso e gli altri estensori dei testi del nuovo Testamento, che un paio di secoli dopo la morte del Nazareno furono tradotti in greco (non senza qualche malinteso, tipo la traduzione in cammello dell’aramaico che significa canapo nella famosa parabola dei ricchi che non andranno nel Regno dei cieli) e finalmente, dopo altro tempo ancora, anche in latino.
Dunque perché questa fissa del latino?
D’altra parte non sono solo i lefebvriani ad avere bizzarre fissazioni di questo genere. Ai musulmani, per esempio, è vietato pregare in lingue diverse dall’arabo, perché evidentemente Allah ha limiti linguistici analoghi a quelli del Dio dei lefebvriani; se poi è vero che si tratta dello stesso dio ma chiamato con nomi diversi, allora bisogna pensare che, per essere perfetto e onnisciente, quantomeno nello studio delle lingue qualche limite e qualche problema ce l’abbia.
Anche perché le peculiarità di questa onnipotente e onnisciente divinità non si fermano qui: da ebrei e musulmani maschi essa esige la rimozione del prepuzio, e alle musulmane femmine impone di coprirsi i capelli, quando va bene, o se no l’intera persona: un buontempone romano potrebbe dire che ‘sto Dio sta a guardà er capello, uno più volgare direbbe che s’attacca al… membro dei suoi fedeli; e ancora, si potrebbe indagare sulle pretese alimentari di questo Dio, che prima crea tutti gli animali e poi decide che alcuni sono puri, per loro sfortuna, e quindi possono essere mangiati, altri sono impuri e guai anche a toccarli.
A mio modesto parere un dio infinito, onnipotente e onnisciente che si occupa di dettagli così insulsi della vita di una specie, quella Homo che si compiace di definirsi sapiens; una specie che in attesa dell’estinzione impesta un pianeta insignificante dentro un sistema solare qualunque fra i miliardi di sistemi solari di una galassia fra migliaia di miliardi di galassie in un universo in perenne espansione, beh, quel dio infinito, onnipotente e onnisciente potrebbe cominciare a occuparsi di cose più serie.
O forse il problema non è una divinità che s’incaponisce su dettagli insignificanti; forse il problema è quella specie, che si è autodefinita sapiens, ma che a conti fatti fra guerre, pregiudizi, sopraffazioni, distruzione dell’ambiente e, non da ultimo, religioni ridicole e assurde, di sapiente dimostra di avere decisamente ben poco.
Giuseppe Riccardo Festa


