La modernità, a partire dal Rinascimento, dalla rivoluzione scientifica e dall’Illuminismo, e soprattutto dalla Rivoluzione francese, ha diffuso i valori dilibertà, uguaglianza e fraternità, contro i privilegi della nobiltà e del clero; ma oggi molti si interrogano sul legame tra modernità, secolarizzazione, democrazia e progresso, e sulle ragioni della crisi dell’Occidente che si ritiene l’espressione più autentica di queste idee. Proviamo a delineare alcuni aspetti della questione, ovviamente senza alcuna pretesa di completezza, né di riuscire a spiegare in poche righe un tema complesso e epocale.
Le pratiche liberali dopo la Révolution française sono state spesso contraddittorie: inizialmente si era solidali, liberi e uguali solo tra maschi bianchi possidenti; ma illiberalismofrutto dell’industrialismo, dell’urbanesimo e del progresso tecnico, investì strati crescenti della popolazione, e ilmovimento sindacale e socialista(poi anche il femminismo e l’anticolonialismo) mobilitarono le masse per rendere più concrete le promesse liberali di libertà e uguaglianza (negate invece daifascismianche concettualmente).
Alla fine della seconda guerra mondiale si affermarono in Occidente ledemocrazie costituzionali e il welfare universalistico(alla Beveridge) e iniziò un lungo periodo di sviluppo economico, sociale e culturale (chiamato dagli storici “i magnifici trent’anni”, 1945-1975) che ridusse le disuguaglianze come mai prima nella storia dell’umanità.
Era così diffusa la convinzione che liberal-democrazia e progresso economico capitalistico si sostenessero a vicenda (e che presto sarebbero arrivati anche ai Paesi “in via di sviluppo”) che si accettò qualche disuguaglianza perché – ci dicevano – avrebbe favorito lo sviluppo economico, i cui benefici sarebbero presto sgocciolati a cascata (trickle-down) su tutti. I governiThatcher(1979) eReagan(1981) avviarono così la fase neoliberista.
L’implosione dell’Urss (1991) sembrò confermare che si era “alla fine della storia”; caddero gli ultimi vincoli ai movimenti del capitale finanziario e si affermò una nuovaglobalizzazione; gli Usa si ritennero superpotenza unica al punto da rispettare sempre meno il diritto internazionale. Ma poi arrivò la crisi del 2007-2008.
Lecrescenti disuguaglianze(economiche, sociali, culturali, simboliche), lo svilimento e la precarizzazione del lavoro, il blocco della mobilità sociale e della speranza di un progresso nel futuro, hanno minato il legame politico (e anche sentimentale) delle masse popolari con la democrazia. Le ricerche mostrano una progressiva riduzione dei regimi classificabili come democratici e un aumento di quelli autocratici. In realtà, visto che la democrazia non è riducibile al rispetto di una procedura elettorale, c’è stato anche e soprattutto un peggioramento qualitativo della democrazia, con lo slittamento verso regimi politici autoritari (democrature) che mantengono alcune forme ma non la sostanza di una democrazia; anche in Occidente.
Con ildeclino dell'”ordine” internazionalenato nel secondo dopoguerra, del ruolo dell’ONU, dell’egemonia Usa, sono sorte nuove potenze regionali che rivendicano i loro spazi in un mondo sempre più basato sul “diritto della forza”. Il potere è stato progressivamente sottratto ai Parlamenti nazionali, delegittimati dall’esterno (multinazionali, agenzie varie) e dall’interno (presidenzialismo, ecc.); emolti ormai si astengonoperché “votare non serve a niente” visto che, malgrado le promesse, siamo sempre meno liberi e uguali.
Le élite dominanti cercano di imporci una scelta di campo (friend shoring)e undoppio standardper cui tutto ciò che fa l’Occidente sarebbe “indiscutibilmente” giustificabile perché “democratico” per definizione; vuole cioè trasformarci in tifosi, che possono criticare solo le malefatte dello schieramento avversario; ancherecuperando credenze dogmatiche e vecchi arnesi religiosiper cercare di supplire alla perdita di senso che attraversa le società occidentali e che loro stessi hanno alimentato.
Non si vede uno sbocco allacrisi del neoliberismoin corso da anni. Sono nati movimenti populisti (basati sulla sfiducia verso le élite ma che poi si affidano a un capo “carismatico”) e l’illusione che siano decisivi movimenti (single issue) di opinione, postmodernisti, “dal basso”, solo etici e non politici; ma manca ancora una visione del mondo non frammentaria, una politica sistemica (non le schermaglie politiciste da talk show), un’organizzazione autorevole, che consentano diaccumulare forze nel tempoper uscire da questa crisi di sistema.
Quello che invece si vede negli ultimi anni è una reazione alla crisi del neoliberismo che in realtà lo supporta: estremizzandolo (con l’anarco-capitalismo alla Milei o la tecnocrazia alla Musk) o riproponendo unfondamentalismo religioso cristiano(alla Kirk, nonostante il modesto livello di “spiritualità” che esprimono Trump e altri atei devoti).
Dunque per affermare la democrazia ovunque nel mondo,serve ancora la lotta per la laicità, che resta una condizione certamente insufficiente ma necessaria, per cercare di uscire dalla padella dell’élitismo neoliberista senza cadere nella brace dei fondamentalismi religiosi.
17/10/25
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