2 ottobre 2025 alla Casa della cultura di Milano con Giuseppina Scala (Cisp UniPi), Valeria Fabretti (Fbk), Serena Scarabello (Fisppa UniPd), Bruno Iannaccone (UniMoRe), modera Giancarlo Straini e conclude Alessandro Bonardi

Vedi il video dell’evento sul canale YouTube di ArciAtea (vedi anche le playlist e iscriviti al canale); la registrazione dell’evento è anche  sul canale YouTube della Casa della Cultura.

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Intro di G.Straini

Buonasera, ringraziamo la Casa della cultura che ci ospita e Maurizio Cadamuro che è alla regia; lo sciopero e le manifestazioni a sostegno dell’iniziativa politica e umanitaria della Sumud Flottilla ci stanno creando problemi organizzativi ma non per questo diminuisce il mio sostegno a queste iniziative; ringraziamo i presenti e chi ci segue da remoto; e ringraziamo le relatrici e i relatori, che sono:

1. Prof. Giuseppina Scala (giurista, del CISP Centro interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa);

2. Valeria Fabretti (Ricercatrice del Centro Studi Religiosi della FBK di Trento, Fondazione Bruno Kessler);

3. Bruno Iannaccone (Dottorando in Scienze Religiose dell’Università di Modena e Reggio Emilia);

4. Serena Scarabello (Ricercatrice del dipartimento FISPPA dell’Università di Padova).

Il prof. Mohammed Khalid Rhazzali (sociologo dell’Università di Padova, vicedirettore del FIDR, Forum Internazionale Democrazia e Religioni) ha avuto un imprevisto e nonn potrà partecipare.

Io sono Giancarlo Straini dell’APS ArciAtea rete per la laicità che ha organizzato questo incontro insieme a Alessandro Bonardi, coordinatore del Gruppo Nazionale di Lavoro per la Stanza del Silenzio e dei Culti.

Il tema della serata è una Indagine sulle Stanze del silenzio e dei culti in Italia. Richiamo sinteticamente l’oggetto della discussione per chi non ha conoscenze in materia.

Il prototipo delle stanze del silenzio è la camera di meditazione predisposta nel 1954 all’ONU di New York dall’allora segretario delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld; modello che si è poi diffuso in ospedali, cimiteri, aeroporti, alberghi, università, carceri, di molti Paesi.

Dunque parliamo di uno spazio neutro per meditare o pregare, raccogliersi, rigenerarsi, elaborare la gioia o la sofferenza, metabolizzare speranze o paure; è uno spazio vuoto (privo di simboli religiosi) ma pieno di significati; è un hardware dotato di un suo software che dimostra che si può stare insieme pur essendo diversi.

Quindi è anche una pedagogia, uno strumento di inclusione, un dispositivo interculturale per una società sempre più articolata per stili di vita, culture, religioni, non solo a seguito delle migrazioni.

Questo incontro si collega idealmente a altre nostre iniziative, tenute in varie città (a Livorno, a Bologna, al Mudec di Milano) e soprattutto qui alla Casa della cultura dove abbiamo organizzato una serie di convegni sulle politiche interculturali; su religione e politica; su lavoro e intercultura; sul confronto tra diverse forme di spiritualità religiose e atee; sulla laicità; sulla Consulta lombarda interreligiosa.

Il prossimo 11 dicembre presenteremo Uniti nell’oltre, progetti per un cimitero interfedi e Diventare alberi, e stiamo preparando un’altra conferenza (dopo quella di Parma) sulle Stanze del silenzio nelle carceri.

Termino con alcune indicazioni organizzative: dopo un primo giro delle relatrici e dei relatori (non più di 15 minuti ciascuno), il pubblico in sala o da remoto potrà fare commenti e domande; poi un secondo giro con brevi risposte dei relatori e l’intervento conclusivo di Alessandro Bonardi. La registrazione dell’evento sarà disponibile sul canale YouTube della Casa della cultura e sul canale YouTube di ArciAtea.

INDAGINE SULLE STANZE DEL SILENZIO E DEI CULTI IN ITALIA

Milano 2 ottobre 2025

Le stanze del silenzio nel Servizio Sanitario Nazionale. Tra assistenza religiosa e morale e buona prassi di pluralismo religioso.

di Bruno Iannaccone  (scarica il pdf)

Perché sono nate e si continuano a promuovere stanze del silenzio e dei culti nelle strutture sanitarie?

Stanno rispondendo alle esigenze per le quali sono state ideate? Quali fattori ne hanno favorito lo sviluppo e quali elementi ne impediscono l’implementazione?

Questo intervento vuole tentare di rispondere a questi interrogativi, senza avere la pretesa di esaustività trattandosi di un campo molto complesso e allo stesso tempo ancora poco studiato in Italia.

Per rispondere a questi quesiti, va innanzitutto specificato che le “stanze del silenzio e dei culti”(utilizzo questo termine come riportato nel nome del Gruppo che ci ha invitato questa sera anche se la stessa nomeclatura di questi spazi è oggi molto dibattuta) sono sorte per la buona volontà e la lungimiranza di alcune singole Aziende Ospedaliere che per prime hanno pensato di potersi dotare di un luogo dedicato al culto e alle attività accessorie per le confessioni non cattoliche. La predisposizione delle stanze del silenzio e dei culti nell’ambito sanitario non può e non deve essere slegata dai i due macrotemi nei quali si inserisce, la predisposizione più generale di luoghi di culto per le confessioni religiose e il servizio di assistenza religiosa e spirituale di cui tali predisposizioni ne sono solo un elemento.

La predisposizione di luoghi di culto diversi da quelli cattolici all’interno delle strutture sanitarie non è mai stata decretata con azioni legislative, né per quanto riguarda il rapporto tra Stato e confessioni religiose, mancando una menzione nei testi delle Intese e mancando una legge quadro sulla libertà religiosa, né a livello regionale per quanto riguarda il governo della sanità.

La presenza di luoghi di culto cattolici nelle strutture sanitarie ha origini difformi, alcuni, i più longevi sono espressione della volontà fondativa di alcune strutture di natura confessionale che operano nel settore, includendovi all’interno cappelle che hanno anche un alto valore storico o artistico. Tralasciando esempi medioevali di ospedali che hanno inglobato chiese al loro interno, come avvenuto a Firenze con l’Ospedale Santa Maria Nuova. Due esempi di cappelle dall’alto valore storico e artistico costruite per il culto cattolico all’interno di strutture ospedaliere sono la cappella S. Pietro presso l’Ospedale Cottolengo di Torino dei primi decenni del Novecento e la cappella ubicata dal 1960 al settimo piano dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, la cui migrazione, in atto da diversi anni, sta procurando non pochi problemi vista la mole importante di opere d’arte presenti al suo interno. Altre, la gran parte, sorgono in massa negli enti ospedalieri pubblici non confessionali, tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, in seguito alla legge n. 132/1968 di riforma ospedaliera. Con questa legge si istituisce ufficialmente, per tutti gli ospedali pubblici, il servizio di assistenza religiosa. Per quanto sia consentito ai ministri delle altre confessioni di esercitare la funzione di assistenza religiosa, su richiesta delle persone ricoverate, solo con la Chiesa cattolica si è formalizzato un servizio di assistenza religiosa stabile all’interno degli ospedali pubblici italiani ed erogato da personale religioso. Il D.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, “Ordinamento interno dei servizi ospedalieri” specifica la materia dell’assistenza religiosa, definendo la figura del “Cappellano” cattolico e imputando i costi del servizio a carico degli enti ospedalieri. I primi luoghi di culto cattolici vengono garantiti come dotazione per il personale religioso. In questi anni, infatti, gli ospedali pubblici si servono ancora molto del sostegno degli ordini religiosi cattolici per le mansioni infermieristiche e di altra natura sanitaria e a questo scopo sono state stipulate convenzioni di natura inedita, tra pubblico e privato religioso, in cui viene dichiaratamente menzionata la dotazione di un luogo per il culto cattolico. Un secondo momento di edificazione di questi luoghi ci è stato con la legge n. 833/1978 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale e il conseguente passaggio di poteri in materia sanitaria alle Regioni, i luoghi di culto diventano un vero e proprio elemento intrinseco all’attività di assistenza religiosa, dunque necessari al benessere dei pazienti e al loro processo riabilitativo e alla soddisfazione del diritto di libertà religiosa in strutture c.d. “obbliganti” per ogni individuo facente parte la popolazione ospedaliera. Si è passati così da una normativa unilaterale sull’assistenza spirituale, introdotta dalla legge 132/1969, ad una disciplina concordataria introdotta dall’art. 38 della legge n. 833 del 1978, con cui il legislatore assicura, «presso le strutture di ricovero del servizio sanitario nazionale […] l’assistenza religiosa nel rispetto della volontà e della libertà di coscienza del cittadino».

Per la Chiesa valdese e le Comunità ebraiche, l’assistenza spirituale è normata dalle Intese stipulate con lo Stato, mentre per la Chiesa cattolica la disciplina in merito all’assistenza spirituale è rintracciabile nell’art. 11 dell’Accordo di Villa Madama. È opportuno ribadire che, mentre la Chiesa cattolica ha un servizio di assistenza spirituale stabile con oneri a carico dello Stato, le altre confessioni con Intesa hanno un meccanismo autonomo e gratuito, attivabile su domanda. In questo schema, l’Amministrazione agisce esclusivamente da tramite tra paziente/fedele e ministro di culto.

La regolamentazione del servizio da questo momento in avanti si realizza da un lato, mantenendo in essere la regolamentazione unilaterale introdotta dalla riforma ospedaliera del ’68, e dall’altro lato, introdotto con la legge n. 833/1978 mediante la stipula di accordi apicali con lo Stato come le Intese e accordi locali tra le autorità religiose competenti per area e la direzione delle singole aziende ospedaliere e case di cura. A tali accordi locali si affiancano e sovrappongono accordi di livello regionale.

Tra gli anni Novanta e primi Duemila una serie di protocolli regionali tra le Autorità ecclesiastiche regionali e le Regioni, declinati poi a livello locale con le direzioni sanitarie, decreta l’obbligo da parte delle strutture sanitarie, in regime pubblico e privato, ospedali (e alcuni casi anche RSA e hospice) di dotarsi di un luogo per il culto cattolico.

Le altre confessioni religiose diverse dalla cattolica che hanno stipulato un’Intesa con lo Stato italiano prenderanno come modello la prima Intesa con le Chiese appartenenti la Tavola valdese, la quale in materia di assistenza religiosa specifica di voler uscire dalle disposizioni imposte dalla legge n. 132/1968 togliendo l’onere del servizio agli enti ospedalieri. Questa volontà, in pieno spirito di separazione tra Stato e confessioni religiose, che sposta l’onere del servizio a carico di quest’ultime è uno dei primi elementi che rende difficile, se non impossibile, la soddisfazione del bisogno da parte delle confessioni religiose non cattoliche di dotare le strutture sanitarie disseminate per il Paese di luoghi di culto in ottica monoconfessionale. Pretesa che la Chiesa cattolica ha invece ribadito, attraverso i diversi Protocolli regionali, riconfermando anche il costo del servizio di assistenza religiosa cattolica a carico degli enti ospedalieri. Da parte della Chiesa valdese e delle confessioni religiose che presero questa scelta la necessità di avere un luogo di culto in ogni presidio ospedaliero se c’era, non era prioritaria. Era invece prioritario riaffermare la separazione tra Stato e Chiesa, che nell’ambito sanitario, significava garantire l’assistenza religiosa per i degenti e i loro parenti all’interno delle strutture sanitarie senza limitazioni per i ministri di culto, ma senza oneri per gli enti ospedalieri, tra i quali si può annoverare anche la predisposizione di un luogo di culto dedicato.

Le Intese tra Stato e confessioni religiose di minoranza non richiamano ulteriori accordi decentrati, che tuttavia non sono preclusi e, come avviene per la Chiesa cattolica, spetta stipularli alle articolazioni territoriali delle confessioni ed alle Regioni, oppure a singoli istituti ospedalieri.

La quasi totale assenza di accordi regionali, espressamente prevista per tutte le confessioni religiose ai sensi dell’art. 38, comma 2, della L. 833/1978, sembra essere dovuto a diversi motivi. Una interpretazione si concentra «sulla limitata forza contrattuale degli organi locali» delle confessioni non cattoliche nei confronti delle autorità regionali e delle singole aziende sanitarie. Questa ipotesi si basa sull’elemento numerico, avendo le confessioni non cattoliche una presenza numerica più ridotta di pazienti rispetto a quelli cattolici. A questo proposito Lo Giacco specifica: tale criterio è stato respinto dalla Corte costituzionale, secondo la quale “l’abbandono del criterio quantitativo significa che in materia di religione, non valendo il numero, si impone ormai la piena protezione della coscienza di ciascuna persona, quale che sia la confessione religiosa di appartenenza”. (Sentenza n. 440 del 1995). Tra l’altro tale criterio non tiene conto del fatto che il fine dell’assistenza religiosa non è rispondere alle esigenze delle confessioni, ma rimuovere gli ostacoli alla libertà religiosa dei ricoverati, e che proprio per questo sono gli appartenenti alle confessioni minoritarie coloro che necessitano di una maggior tutela. Inoltre, è stato opportunatamente sottolineato come l’utilizzazione di criteri generici quale quello numerico non possano essere utilizzati per giustificare un diverso trattamento tra confessioni religiose da parte dei pubblici poteri.

Secondo altre interpretazioni, la mancanza di accordi a livello locale, è dovuto ad una minore disponibilità delle amministrazioni ad avviare le trattative con i culti di minoranza; oppure, si suppone che tale situazione possa, sotto determinati profili, essere ricondotta ad una precisa scelta delle stesse confessioni, nel segno di un servizio quanto più possibile “autonomo” e slegato dalla organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale. Come accennato in precedenza in questa casistica potrebbero rientrare le confessioni protestanti e in particolare la Chiesa valdese, a fronte del principio di autonomia tra Stato e Chiesa che l’ha sempre contraddistinta.

Con gli anni Duemila la presenza del servizio di assistenza spirituale, in questo settore, si rende fondamentale, sia perché soddisfa il bisogno religioso personale e si inserisce – come si è affermato in dottrina – nel percorso di cura e guarigione, sia perché in rapporto alla crescente diversità religiosa, ha assunto un ruolo determinante per l’applicazione virtuosa del principio costituzionale di libertà religiosa nella società italiana, in mancanza di una legge-quadro in merito.

In questo senso, cresce la sensibilità in materia da parte delle singole aziende ospedaliere, che iniziano a siglare protocolli d’intesa con diverse confessioni religiose, in modo particolare con le confessioni senza Intesa, per la maggiore difficoltà che hanno queste di attivare tale servizio per via dello status giuridico che le contraddistingue, ma anche con confessioni con Intesa come la Chiesa Valdese e l’Unione delle Comunità ebraiche, in modo da specificare meglio il servizio e fornire non solo assistenti per il supporto religioso e spirituale su richiesta del degente o dei suoi familiari, senza limitazioni, ma anche mediatori culturali per la soluzione di problematiche di convivenza, riconducibili alle differenze di usi e tradizioni religiose, la diversificazione dei trattamenti legati al fine vita, menù inclusivi, attenzione ai bisogni religiosi specifici in materia di farmaci e, per quel che ci interessa, la dotazione di un luogo per il culto e la preghiera individuale.

Quando anche in Italia si introducono prototipi di spazi multireligiosi o neutri, questi vengono accolti come una possibile soluzione di compromesso all’interno dell’ambiente sanitario tra le esigenze di culto delle confessioni sprovviste di un luogo e l’onere logistico e finanziario imputabile alle amministrazioni sanitarie locali. Queste prime “stanze del silenzio o dei culti” però non sorgono per iniziativa delle confessioni religiose.

La prima stanza del silenzio, allestita nel 2009 all’Ospedale Le Molinette di Torino, è il frutto di un aggiornamento delle prassi sanitarie e mediche che a livello internazionale ha ormai da tempo spostato il focus di intervento e cura verso il paradigma dell’umanizzazione e verso il rispetto della diversità culturale, più che un’esigenza sentita da parte delle confessioni religiose. Infatti, il bisogno di dotarsi di un servizio strutturato di assistenza spirituale per le confessioni non cattoliche emerge da un Audit civico promosso dall’Ufficio Qualità Percepita in un contesto generale di innovazione e aggiornamento. In un secondo momento, coinvolte le confessioni religiose maggiormente rappresentative nel contesto di riferimento, con le quali viene stipulato un Protocollo d’intesa, queste fanno emergere il bisogno di uno spazio per la preghiera, che da subito viene individuato in luogo condiviso. Le due soluzioni che si pensano possibili sono la stanza del silenzio (neutra) o una stanza multi-religiosa nella quale vi è la compresenza di diversi elementi funzionali ai molteplici culti e simboli religiosi afferenti a diverse tradizioni. In fine si è optato per la stanza del silenzio, il cui carattere neutrale si pensa susciti meno conflitti. Gran parte delle “stanze del silenzio e dei culti” che nasceranno in seguito avranno la stessa origine e saranno frutto di accordi locali con le confessioni religiose di minoranza, con e senza Intesa, per la strutturazione di un servizio di assistenza spirituale e morale il più possibile aderente al modello istituito con la Chiesa cattolica, lasciando però i costi sempre a carico delle confessioni e offrendo un luogo che per sua natura non può che essere condiviso, dunque anche conteso, continuando, nonostante le buone intenzioni un evidente dislivello di trattamento.

Oggi si contano diverse decine di stanze in Italia tra vari contesti e all’interno di enti sia pubblici che privati, delle quali però non si conosce il grado di soddisfazione dei bisogni religiosi, anche se si presentano tutte come buone prassi di gestione e attenzione alla diversità religiosa presente in Italia. Il primo accordo (non l’unico, in quanto altri accordi seguiranno questo esempio) che include delle attenzioni rivolte alla componente atea e agnostica all’interno delle strutture sanitarie italiane è il Protocollo stipulato dall’Azienda Ospedaliero Universitaria S. Anna di Ferrara del 2013.

Oltre a configurarsi come un luogo per il culto che serva ad esprimere il diritto di libertà religiosa nelle strutture obbliganti, la configurazione delle Stanze si è ampliata da subito sia per superare le discriminazioni tra le diverse confessioni religiose sia per essere un elemento universale di accoglienza spirituale e morale “umanizzante” all’interno di luoghi sensibili, come appunto le strutture sanitarie, fino allargare le sue funzioni ad una vera e propria cultura del benessere all’interno di spazi di varia natura.

Per quanto riguarda il soddisfacimento del bisogno religioso all’interno delle strutture sanitarie, le “stanze del silenzio o dei culti” non possano sostituire l’importanza per gli appartenenti a una determinata confessione di poter fruire di un luogo di culto dedicato, ma gli impedimenti materiali e la mancanza di volontà politica non ne hanno mai permesso, fino a questo momento, la realizzazione.

In alcuni accordi locali con le Comunità ebraiche, ad esempio il protocollo stipulato tra la Regione Lombardia e la Comunità ebraica di Milano del 2009, la richiesta di un locale adatto al culto e alle pratiche rituali, rimanda la decisione alle strutture sanitarie sia in base alla effettiva presenza di pazienti di religione ebraica (e alla sua consistenza) sia alla possibilità materiale in capo agli enti ospedalieri di poter mettere a disposizione tale locale. Tale facoltatività lasciata alle aziende ospedaliere ha reso possibile il fatto che venisse data sempre precedenza a problematiche di natura economico/finanziaria e di spazio, lasciando inconclusa la realizzazione di un luogo per il culto ebraico nelle strutture sanitarie lombarde fino a questo momento. Questo discorso è generalizzabile e riferibile alle confessioni con Intesa o senza, che non abbiano mai specificato l’esigenza di un luogo di culto all’interno delle strutture sanitarie.

Dunque, in mancanza di spazi e fondi da devolvere, le Stanze sono sempre di più l’unica alternativa possibile, rispetto alla realizzazione di più luoghi di culto per le diverse confessioni religiose, all’interno delle strutture sanitarie per poter garantire uno spazio (seppur condiviso e non connotato) per il culto e le pratiche rituali delle confessioni religiose non cattoliche. Tuttavia la loro realizzazione, che sta avvenendo comunque a rilento e in maniera difforme su tutto il territorio nazionale, trova degli impedimenti; anzitutto lo scarso interesse o l’impossibilità da parte delle autorità religiose locali delle diverse confessioni di minoranza a richiedere luoghi per il culto e in secondo luogo il disinteresse, visto il regime di facoltatività, da parte della maggioranza delle strutture sanitarie nazionali ad attivare protocolli ad hoc e quindi predisporre la realizzazione di tali Stanze.

Un caso virtuoso è il protocollo (divenuto di portata regionale) “Cure dello Spirito”, che ha modificato il regime di facoltatività in cui si trovavano ad agire le aziende ospedaliere in questa materia, obbligando tutte le strutture ospedaliere del Piemonte a adeguarsi rispetto a vari elementi che il protocollo tratta, tra i quali l’allestimento di una stanza del silenzio. Ad oggi, infatti, nella Regione Piemonte è riscontrabile il maggior numero di stanze del silenzio attive in strutture sanitarie.

In mancanza di una legge quadro sulla diversità religiosa, che potrebbe uniformare il servizio di assistenza religiosa e spirituale all’interno delle strutture sanitarie italiane, per quello che interessa in questa sede anche in materia di luoghi, è auspicabile per superare l’impasse nella realizzazione delle Stanze, incentivare l’informazione e il dibattito sulle Stanze tra le confessioni religiose non cattoliche a livello locale e supportare la realizzazione di protocolli a livello regionale e locale per rendere obbligatoria, dove ritenuta necessaria, la realizzazione delle Stanze. Tutte azioni che rappresentano il lavoro costante che il Gruppo Nazionale sta facendo in questi anni.

Per concludere, resta ancora irrisolto un importante interrogativo relativo alle stanze del silenzio e dei culti. Queste rispondono in tutto o in parte alle esigenze per le quali sono state create? Risposte chiare e strutturate non ci sono ancora, dunque l’invito, che il Gruppo Nazionale ha accolto da subito e che altri enti di ricerca e Università stanno cogliendo, è quello di intensificare la ricerca etnografica sulle e all’interno delle stanze presenti in Italia. Solo in questo modo potremmo dire se il lavoro di incentivazione e promozione delle Stanze ha ragione di continuare e di persistere con queste modalità. Crediamo che il punto di partenza per la costruzione di buone pratiche e di politiche efficaci sia l’analisi quantitativa e qualitativa dei bisogni religiosi e della necessità che un sostegno spirituale religioso e morale nelle strutture sanitarie sia pienamente esercitabile tramite un luogo specifico adibito a tale uso.