Chi è stato indennizzato dalla Chiesa, in Ticino, per abusi.

Svizzera – Negli ultimi due anni, dalla fine del 2023 a oggi, sono una ventina in Ticino le persone che si sono rivolte alla Curia per raccontare abusi antichi e recenti…   (CORRIERE DEL TICINO)

Quando i partiti si riducono a comitati elettorali autoreferenziali e scompare la Politica (quella con la maiuscola) prevale la tifoseria, lo schieramento acritico, il “noi migliori per natura” contro il “voi espressione del male”.

La tifoseria (non solo nel calcio) è un insieme di comportamenti consolidati (un habitus); è un sistema dogmatico (indiscutibile, non-falsificabile); codifica azioni e emozioni (ritualizzazione, contagio emotivo); fornisce una identità di gruppo (deindividualizzazione, comunitarismo, tribalismo).

La tifoseria riduce i freni inibitori: già nella “Psicologia delle folle” si spiegava la deresponsabilizzazione favorita dall’anonimato (Gustave Le Bon, 1895, libro che stava sul comodino di Mussolini, e forse anche degli attuali gestori dei social).

La tifoseria fornisce una identità sociale esclusiva e escludente (“noi Bene assoluto” vs “loro Male assoluto”) quindi propensa a trascurare i fatti contrari (o a interpretarli come complotti del “nemico”) e propensa al manicheismo morale (scompaiono le sfumature e i compromessi della democrazia). Quindi diventa giustificabile che il nemico del mio nemico diventi mio amico, anche se agisce in modi riprovevoli.

Il “campismo” è la visione acritica e schematica che divide il mondo in “campi” contrapposti, anche eticamente, per cui sarebbe giustificato massacrare i palestinesi o sostenere lo shah per difendere l’Occidente, oppure viceversa sostenere gli ayatollah iraniani perché anti-americani, ecc. ecc.

Ovviamente si può dialogare anche animatamente, avendo analisi e prospettive diverse, ma non se i “campisti” (filo-occidentali o anti-occidentali, ecc.) si limitano a schierarsi come una tifoseria accettando i doppi standard, e non riconoscono (tantomeno intervengono per cambiare) le limitazioni dei diritti che avvengono trasversalmente, anche nel proprio campo, sia pure in forme e misure diverse.

In Italia la “seconda repubblica” postmodernista ha liquefatto la Politica sistemica (polity) riducendola a amministrazione tecnica dell’esistente (policy, perché there is no alternative) e a schermaglie politiciste (politics) tra partiti ridotti a comitati elettorali. Anche da noi si sta scivolando verso una democratura, in cui restano le procedure della democrazia formale ma svuotate progressivamente della loro sostanza.

La scomparsa della politica (intesa come polity), e la sua sostituzione con movimenti e visioni social-populisti o nazional-populisti, si basa in genere su capi carismatici, che non trasformano ma “salvano” il mondo, che guidano il “popolo eletto” verso il “risveglio” (per MAGA, contro la sostituzione etnica, ecc.) e pretendono devozione (cioè il riconoscimento della weberiana esclusiva dei beni salvezza).

Anche in tema di religioni emergono tifoserie campiste, come nei recenti casi di Trump vs Leone XIV. Prevost era stato scelto per ricucire le profonde divisioni che attraversano la chiesa cattolica (i tradizionalisti Usa, gli innovatori tedeschi, ecc.) senza cambiare la dottrina ma con toni più pacati rispetto a quelli del “peronista” Bergoglio.

Ma la crisi dell’egemonia Usa ha prodotto un presidente Trump che cerca di essere carismatico anche in materia religiosa. Questa invasione di campo ha compattato i diversamente cattolici intorno al loro papa, e non solo loro. Per molti Prevost è diventato l’antitesi di Trump, del populismo e dell’indifferenza sociale (trascurando un po’ il resto della dottrina e delle pratiche).

Anche gli atei devoti delle sinistre postmoderne hanno adottato lo schema “Il nemico del mio nemico è mio amico”: perché senza Politica resta solo la tifoseria (e l’agenda building che sposta l’attenzione dai problemi reali).

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L’11 settembre del 2001 quattro aerei di linea furono dirottati da terroristi di al Qaeda per schiantarsi sui simboli economici, militari e politici degli USA: il World Trade Center, il Pentagono e (senza riuscirci) il Campidoglio. L’attentato segnò un punto di svolta storico e geopolitico, diversamente dal'”altro” 11 settembre, quello del colpo di stato in Cile del 1973, paragonabile per numero di vittime ma politicamente in continuità con l’ingerenza USA in America Latina.

L’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) dopo la Seconda guerra mondiale nel 1945 ha definito un “ordine” mondiale finalizzato a prevenire i conflitti armati tra gli Stati, a promuovere i diritti umani, a riconoscere l’uguaglianza tra nazioni, a rafforzarne la cooperazione, a garantire il diritto internazionale. In realtà le grandi potenze mantenevano uno statuto privilegiato di fatto (e anche formalmente con il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza), in particolare le due superpotenze USA e URSS. L'”ordine” bipolare basato sull’ONU e sul diritto internazionale, per quanto molto imperfetto, rappresentava comunque un limite alla pura espressione della forza (più nei “centri” e meno nelle “periferie” del mondo).

L’implosione dell’URSS (dissolta ufficialmente nel 1991) ha segnato il passaggio a un “ordine” unipolare globale e al culmine della globalizzazione, con la completa libertà di movimento dei capitali finanziari e l’egemonia del “pensiero unico” neoliberista. Ma l’attentato dell’11 settembre ha innanzi tutto mostrato la fine del mito dell’invulnerabilità statunitense (da quasi due secoli non c’erano stati attacchi al territorio USA) e, più in generale, ha evidenziato la crisi latente dell’egemonia statunitense, poi accentuata dalla loro risposta “unilaterale”.

Vari fattori hanno determinato la crisi dell’egemonia USA: la fallimentare “esportazione della democrazia” in Iraq e Afganistan, la crisi finanziaria del 2007, la perdita di attrattività dell’american way of life, l’ascesa della Cina, la polarizzazione domestica inconciliabile tra liberal che non credono più al “destino manifesto” degli USA e neo-con MAGA che vogliono ripristinarne l’“eccezionalismo”, ecc.

La liquefazione della politica sistemica (polity) ha favorito anche la trasformazione del termine “guerra”, che nel suo significato clausewitziano di “continuazione della politica con altri mezzi” ne incorporava anche i limiti: ius ad bellum (legittimità di iniziare una guerra), ius in bello (regole da seguire mentre si combatte). Invece il termine “guerra”, ridotto a un giudizio assoluto morale, è diventato ovunque una “unilaterale” operazione di polizia – lotta al terrorismo, intervento umanitario, operazione militare speciale (l’invasione russa dell’Ucraina), operazione all’estero (gli attuali scontri USA-Iran) – incompatibile con la diplomazia e il compromesso; uno scontro senza fine, che può terminare solo con l’annientamento del nemico o cronicizzarsi.

La crisi (che non sarà breve) dell’egemonia statunitense non ci sta lasciando un multilateralismo governato dall’ONU e dal diritto internazionale, né un nuovo bipolarismo USA-Cina, ma un multipolarismo caotico. La stracitata battuta di Bergoglio sulla “terza guerra mondiale a pezzi” è fuorviante perché ormai mancano Potenze o Alleanze capaci di sostenere una guerra mondiale, sia pure “a pezzi”; sembrano invece molto più probabili tanti conflitti locali, anche persistenti, anche di “guerra ibrida”, asimmetrica e con tecnologie a basso costo (droni); conflitti basati su rapporti di forza e alleanze occasionali e variabili, che aspirano a “risolvere” vecchie questioni o a “riempire” presunti vuoti di potere, locali o regionali, anche se con effetti spesso globali nell’attuale mondo interconnesso.

Negli USA si è assistito anche a un maggiore ricorso a motivazioni religiose, parallelamente all’indebolimento del soft power politico-culturale e nel tentativo di compensarlo. La laicità statunitense è sempre stata pre-confessionale, cioè rispettosa del pluralismo (tra chiese cristiane) ma non della separazione tra religione e politica: l’11 settembre ha assolutizzato la risposta morale che, da guida per l’azione è sempre più vissuta da molti come dogma, accentuando fenomeni già presenti da tempo come la partecipazione ai National Prayer Breakfast (frequentati da democratici e repubblicani) o l’adesione alla Teologia della prosperità (nata tra i protestanti ma che contamina anche i cattolici).

Sta di fatto che l’unilateralismo USA in reazione all’11 settembre ha mostrato la loro incapacità di governare le contraddizioni domestiche e internazionali. Le classi medie statunitensi impoverite e rancorose si aggrappano a tecno-oligarchi e a fondamentalisti, che in realtà accentuano la crisi dell’egemonia statunitense, e di quello che resta della loro laicità.

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