La diocesi di San Diego chiede la bancarotta per far fronte alle denunce di abusi sessuali.

San Diego si unisce a numerose altre diocesi cattoliche che hanno presentato istanza di fallimento per far fronte alle voluminose denunce di abusi sessuali. Di recente, la diocesi di Fresno, sempre in California, ha presentato istanza di fallimento a maggio.   (RETE L’ABUSO)

L’11 settembre del 2001 quattro aerei di linea furono dirottati da terroristi di al Qaeda per schiantarsi sui simboli economici, militari e politici degli USA: il World Trade Center, il Pentagono e (senza riuscirci) il Campidoglio. L’attentato segnò un punto di svolta storico e geopolitico, diversamente dal'”altro” 11 settembre, quello del colpo di stato in Cile del 1973, paragonabile per numero di vittime ma politicamente in continuità con l’ingerenza USA in America Latina.

L’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) dopo la Seconda guerra mondiale nel 1945 ha definito un “ordine” mondiale finalizzato a prevenire i conflitti armati tra gli Stati, a promuovere i diritti umani, a riconoscere l’uguaglianza tra nazioni, a rafforzarne la cooperazione, a garantire il diritto internazionale. In realtà le grandi potenze mantenevano uno statuto privilegiato di fatto (e anche formalmente con il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza), in particolare le due superpotenze USA e URSS. L'”ordine” bipolare basato sull’ONU e sul diritto internazionale, per quanto molto imperfetto, rappresentava comunque un limite alla pura espressione della forza (più nei “centri” e meno nelle “periferie” del mondo).

L’implosione dell’URSS (dissolta ufficialmente nel 1991) ha segnato il passaggio a un “ordine” unipolare globale e al culmine della globalizzazione, con la completa libertà di movimento dei capitali finanziari e l’egemonia del “pensiero unico” neoliberista. Ma l’attentato dell’11 settembre ha innanzi tutto mostrato la fine del mito dell’invulnerabilità statunitense (da quasi due secoli non c’erano stati attacchi al territorio USA) e, più in generale, ha evidenziato la crisi latente dell’egemonia statunitense, poi accentuata dalla loro risposta “unilaterale”.

Vari fattori hanno determinato la crisi dell’egemonia USA: la fallimentare “esportazione della democrazia” in Iraq e Afganistan, la crisi finanziaria del 2007, la perdita di attrattività dell’american way of life, l’ascesa della Cina, la polarizzazione domestica inconciliabile tra liberal che non credono più al “destino manifesto” degli USA e neo-con MAGA che vogliono ripristinarne l’“eccezionalismo”, ecc.

La liquefazione della politica sistemica (polity) ha favorito anche la trasformazione del termine “guerra”, che nel suo significato clausewitziano di “continuazione della politica con altri mezzi” ne incorporava anche i limiti: ius ad bellum (legittimità di iniziare una guerra), ius in bello (regole da seguire mentre si combatte). Invece il termine “guerra”, ridotto a un giudizio assoluto morale, è diventato ovunque una “unilaterale” operazione di polizia – lotta al terrorismo, intervento umanitario, operazione militare speciale (l’invasione russa dell’Ucraina), operazione all’estero (gli attuali scontri USA-Iran) – incompatibile con la diplomazia e il compromesso; uno scontro senza fine, che può terminare solo con l’annientamento del nemico o cronicizzarsi.

La crisi (che non sarà breve) dell’egemonia statunitense non ci sta lasciando un multilateralismo governato dall’ONU e dal diritto internazionale, né un nuovo bipolarismo USA-Cina, ma un multipolarismo caotico. La stracitata battuta di Bergoglio sulla “terza guerra mondiale a pezzi” è fuorviante perché ormai mancano Potenze o Alleanze capaci di sostenere una guerra mondiale, sia pure “a pezzi”; sembrano invece molto più probabili tanti conflitti locali, anche persistenti, anche di “guerra ibrida”, asimmetrica e con tecnologie a basso costo (droni); conflitti basati su rapporti di forza e alleanze occasionali e variabili, che aspirano a “risolvere” vecchie questioni o a “riempire” presunti vuoti di potere, locali o regionali, anche se con effetti spesso globali nell’attuale mondo interconnesso.

Negli USA si è assistito anche a un maggiore ricorso a motivazioni religiose, parallelamente all’indebolimento del soft power politico-culturale e nel tentativo di compensarlo. La laicità statunitense è sempre stata pre-confessionale, cioè rispettosa del pluralismo (tra chiese cristiane) ma non della separazione tra religione e politica: l’11 settembre ha assolutizzato la risposta morale che, da guida per l’azione è sempre più vissuta da molti come dogma, accentuando fenomeni già presenti da tempo come la partecipazione ai National Prayer Breakfast (frequentati da democratici e repubblicani) o l’adesione alla Teologia della prosperità (nata tra i protestanti ma che contamina anche i cattolici).

Sta di fatto che l’unilateralismo USA in reazione all’11 settembre ha mostrato la loro incapacità di governare le contraddizioni domestiche e internazionali. Le classi medie statunitensi impoverite e rancorose si aggrappano a tecno-oligarchi e a fondamentalisti, che in realtà accentuano la crisi dell’egemonia statunitense, e di quello che resta della loro laicità.

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