Un razionalista ateo è (quasi necessariamente) un ecologista che sostiene una politica contro il degrado dell’ambiente, l’inquinamento, lo sfruttamento privo di lungimiranza delle risorse naturali.
Quindi un razionalista ateo (presumibilmente) sosterrà le evidenze scientifiche – e i dubbi, perché la scienza è anche ricerca di smentite – su effetto serra, qualità dell’aria, assetto idrogeologico, gestione dei rifiuti, ecc.
Un razionalista ateo (probabilmente) sottoporrà a critica anche il proprio ambientalismo, per accertarsi di non utilizzare (troppo) schemi cognitivi consolidati che, nascosti tra le buone intenzioni, potrebbero spingerlo in una direzione diversa da quella scelta e desiderata.

Infatti anche l’ambientalismo può essere ambivalente e articolato: accanto all’ambientalismo scientifico possiamo riscontrare un ambientalismo mistico e consolatorio, postmodernista, New Age, religioso, apocalittico, settario.
In forme varie, queste concezioni tendono a sacralizzare la natura, anzi la Natura: antropomorfizzata (la Madre Terra), dotata di intenzioni e sentimenti umani (la Natura si vendica), dotata di personalità giuridica (i diritti della Natura), ridotta a entità metafisica (ad una divinità).
Per i cristiani la natura è da rispettare “strumentalmente” in quanto dono di dio di cui saremmo solo i custodi. L’enciclica “ambientalista” Laudato si’ lo dice chiaramente: la natura, come il nostro corpo, la nostra sessualità, la nostra vita, non ci appartiene, non è nelle nostre disponibilità.
Non a caso i cataclismi naturali sono tuttora interpretati come una punizione di Dio, e il nemico resta sempre la pretesa illuministica dell’umanità di autodeterminarsi.

In molti casi la critica postmodernista non è scientifica ma morale, anzi moralista: il consumismo inaridisce? l’austerità renderebbe felici; lo sviluppo inquina? la decrescita è felice.
Queste concezioni talvolta contengono elementi di verità, ma spesso sono declinate in modo apocalittico, settario e terroristico: la decrescita è (obbligatoriamente) felice, perché la pacchia (dello sviluppo) è finita.
Ivan Illich e André Gorz ci prospettano una possibilità (ridurre l’orario di lavoro e i consumi per migliorare la qualità delle relazioni) come una necessità, senza peraltro considerare che la maggior parte della popolazione, a causa della scarsità – di lavoro, di reddito, di istruzione – è indotta (se non proprio costretta) ad adottare stili di vita poco lungimiranti, per se stessi e per gli altri.
Il risultato è la codifica di alcuni comportamenti (km zero, vegetarianesimo, ecc.) che possono anche avere aspetti virtuosi, ma che finiscono per identificare un gruppo che si consola e si assolve con piccoli gesti quotidiani, che è sostanzialmente irrilevante nel determinare una politica ambientalista (riconversione industriale, politica energetica, ricerca scientifica, ecc.) capace di incidere effettivamente, non solo simbolicamente.

Per i postmodernisti siamo alla fine della storia e del progresso, il tempo si rannicchia su se stesso, l’ambizione prometeica degli illuministi ha devastato il pianeta, «Alla lunga lista di vittime emblematiche – ebrei, neri, schiavi, proletari, popoli colonizzati – si sostituisce gradualmente il pianeta, divenuto il simbolo di tutti i miserabili. È lui il reietto per eccellenza. […] Non si tratta più di trasformare il mondo, ma di salvarlo» (Pascal Bruckner, Il fanatismo dell’Apocalisse).
È il ritorno del peccato originale, lo schema della cacciata dal paradiso terrestre: il male è la superbia della creatura che si ribella al suo Creatore e va oltre le proprie prerogative, e i nuovi chierici postmoderni usano la cultura della paura e dichiarano che «ormai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo» (Serge Latouche).
Siamo al conto alla rovescia, al pentimento anticipato di ciò che potrebbe accadere, a un allarmismo non meno demotivante (perché responsabili di tutto quindi di niente) del beato ottimismo, che prima ci terrorizza e poi ci consola con un po’ di animismo post tecnologico (comprare prodotti biodinamici) o con qualche gesto rituale (chiudere l’acqua usando lo spazzolino).

Dunque dobbiamo saper distinguere – anche in noi stessi – due modi di essere ambientalisti: quello basato sulle provvisorie verità e sui dubbi della scienza, sulla fiducia nell’umanità, che ci chiama all’impegno per risolvere i problemi; e quello religioso e apocalittico, consolatorio e paralizzante, che ci chiede solo qualche gesto simbolico, per assolverci.

Il 15 marzo 2019 alla marcia per il clima